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Siamo stati generali

13 Giugno 2020 207 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Diciamo la verità. Quando si pensa alla classe politica italiana di trent’anni fa nasce spontanea, e quasi generalizzata, una sorta di rimpianto. Come furono duri e spietati gli anni della cosiddetta rivoluzione giudiziaria che mise al muro un’intera generazione di uomini politici di assoluto valore, così oggi gli stessi sono oggetto di una complessiva rivalutazione alla luce del paragone con i loro successori. Ma sì, proviamo anche noi a sondare questi paragoni. Primi ministri, per non andare troppo indietro, erano Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita per citarne alcuni, e oggi Conte, ministri degli esteri sono stati Saragat, Nenni, Moro e oggi abbiamo Luigi Di Maio, ministri della scuola Sullo, Gui, Mattarella, Bianco e oggi abbiamo Lucia Azzolina, ministri della giustizia sono stati Martinazzoli, Vassalli, Martelli e oggi abbiamo Bonafede. Segretari dei partiti politici erano Fanfani, De Mita, Forlani, Martinazzoli, per la Dc, Berlinguer, Natta, Occhetto per il Pci, De Martino e Craxi per il Psi, Saragat, Longo, Romita per il Psdi, La Malfa e Spadolini per il Pri, Almirante per l’Msi. Oggi abbiamo Salvini, Meloni, Zingaretti, Crimi che sono alla testa dei maggiori partiti, per modo di dire, italiani. E va bene. Ma la domanda che mi rivolgo é la seguente. Quando mai un presidente del Consiglio ha convocato un finto Conclave, finto perché già i giornali online pubblicano la sua relazione, della durata di dieci giorni, senza le opposizioni e senza alcuni partiti non ritenuti degni di tanta celebrazione, per affrontare i problemi relativi alla crisi dell’economia? Nei periodi in cui massima era l’attenzione alla consultazione e addirittura alla concertazione si svolgevano incontri con le categorie produttive che potevano anche durare venti ore. Penso, tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, al rapporto col sindacato, dopo la contestazione studentesca del 1968 e l’autunno caldo del 1969, penso, negli anni settanta e primi anni ottanta, ai gravissimi problemi legati al terrorismo rosso e nero che ha insanguinato l’Italia per oltre un decennio, penso, a metà degli anni ottanta, alla dura lotta contro l’inflazione che saccheggiava stipendi e pensioni. Non si svolse mai una kermesse in cui tutti potevano dir tutto, ma incontri con le categorie economiche su temi specifici. E poi il governo decideva. Craxi, che fu accusato-esaltato per il suo cosiddetto decisionismo, era il più attento a consultare i cosiddetti corpi intermedi, ma la responsabilità della scelta sul che fare se l’assumeva lui. Compito di un governo é infatti quello di tenere ben distinti i piani e le responsabilità. Francamente non conosciamo le intenzioni di Conte e dubito che le conoscano anche i suoi partner di governo. Della sua relazione, segreta e già pubblicata, conosciamo alcune parole d’ordine sfuocate del tipo, digitalizzazione e sburocratizzazione, ecologia, lotta alle povertà, che sono ormai come musica imparata a memoria, terzine di crome, in chiave di violino. E che fanno l’effetto di sol-la-si. Il Conclave di dieci giorni é cominciato. Personalmente avrei ritenuto più utile per l’Italia impiegare quei dieci giorni per varare leggi atte, lo sottolinea giustamente Bruno Vespa sul Carlino di oggi, a sospendere il codice degli appalti da sostituire con la più semplice normativa europea, a riformare il reato di abuso d’ufficio e della responsabilità erariale, che vedono funzionari restii a firmare qualsiasi atto per non finire coinvolti, a ridurre da cinque anni a cinque settimane le procedure per l’impatto ambientale, a rivedere l’impianto della legge Dignità, per allargare il campo delle offerte di lavoro, per non parlare dell’urgenza di una riforma del fisco che tutti chiedono e che ancora non si vede. Per far questo servono dieci giorni dietro a una scrivania, non dieci giorni a discutere col mondo. Propaganda e concretezza non vanno quasi mai d’accordo. Se Conte intende calare un poker sul tavolo della coalizione, con la subordinata di formare un suo partito, se ha bisogno di accendere su di lui le luci della ribalta per sfidare i suoi stessi alleati che hanno visto il Conclave come fumo negli occhi, il presidente de Consiglio ha scelto male il periodo. A chi non sono ancora arrivati i 600 euro di marzo sai te cosa gliene frega dei dieci giorni a Villa Pamphili…

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