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Francesco il rivoluzionario

12 Ottobre 2020 74 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ho letto l’enciclica papale “Fratelli tutti” e mi pare non fuorviante considerarla anche un documento di etica politica. Una sorta di manifesto indirizzato a tutti gli uomini, e non solo ai cristiani, sui principi fondamentali del nuovo evangelismo di Francesco. Il nome doveva pure assumere una importanza nel messaggio. Mai nessun papa lo aveva assunto, parlo di quello di Francesco d’Assisi che con la Chiesa del suo tempo condusse una battaglia anche aspra. La Chiesa dei poveri dunque, quella di Francesco, esaltata dal Vangelo. E il Vangelo viene così decisamente assunto come bussola per orientare il mondo. Dico subito che non mi convincono né le tesi di quei filosofi che accomunano questa enciclica a una sorta di testo fondato sull’analisi marxista, né l’opinione di Marcello Veneziani che la rapporta a una sorta di neo comunismo. La critica al sistema da parte di Francesco si condensa in questo assunto: “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata… ma ha messo in luce la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”. Questo significa che il diritto viene meno se una forma di capitalismo non assume un valenza sociale. Verrebbe voglia di paragonare questo passaggio alla tradizionale posizione socialdemocratica rispetto al capitalismo, inteso come una pecora da tosare per rispondere ai bisogni del popolo. Ma andiamo oltre. Parlare di neo comunismo é ancora più sbagliato. Quando mai nell’enciclica vi é una proposta di nazionalizzazione dei mezzi di produzione? Restiamo dunque al merito. Il messaggio di Francesco é rivoluzionario, come il suo nome, per quel che significa innanzitutto per la Chiesa. Mai in passato ll vescovo di Roma si era spinto tanto avanti sui temi della laicità, della libertà, della fraternità, dell’uguaglianza. Che Francesco rispolveri proprio la triade della rivoluzione francese, attirando l’attenzione soprattutto sul tema della fraternità, appare invero inaspettato, ma tant’é. La sua laicità si esprime nel suo ritenere legittime e ugualmente rispettabili tutte le religioni con la sola raccomandazione che “nei paesi in cui siamo minoranza ci sia garantita la stessa libertà così come noi la favoriamo per quanti non sono cristiani, là dove sono minoranza”. Ma i suoi ripetuti accenni al dialogo con il sultano Malik Al Kamil e la scrittura di un vero e proprio appello comune sui valori fondamentali che le due religioni proclamano non é solo ricerca di un dialogo, ma individuazione di obiettivi interreligiosi comuni. Così come esaustive sono le sue citazioni a proposito di non violenza cristiana anche di coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna religione, come Martin Luther King, il Mahatma Gandhi, Desmond Tutu. Francesco si spinge molto più in là e a proposito della novella del buon Samaritano ne amplifica il senso fino a riconoscere che “il paradosso é che coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti”. Quel che conta per Francesco é infatti più delle declamazioni, più della stessa fede, il comportamento. E qui, si apre un lungo capitolo per affermare la critica al mondo di oggi. Per Francesco solo con “la fraternità e l’amicizia sociale” si possono affermare valori autenticamente cristiani. Bisogna infatti “aprirsi al mondo” e schierarsi apertamente contro “nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti, aggressivi”. Perché oggi “certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti”. In “Fratelli tutti” il tema fondamentale e ricorrente é quello della lotta per l’uguaglianza di tutti gli uomini del pianeta, perché oggi nel mondo “é aumentata la ricchezza, ma senza equità… Persistono … nuove forme forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto che non esita a sfruttare, a scartare, e perfino a uccidere l’uomo”. La visione egualitaria e solidaristica di Francesco si sofferma molto sul tema dell’immigrazione. Non possiamo accedere alla “paura del diverso”. Che il mondo sia legato indissolubilmente lo si evince anche dall’epidemia del Covid-19. Ci si può salvare solo insieme. Poi una critica forte a “populisti e liberali economici” (qui l’equiparazione mi pare esagerata e il termine liberale non mi sembra quello giusto). Costoro, a giudizio di Francesco, devono evitare “l’ansia dei migranti” che “fuggono dalla guerra, da catastrofi naturali, da persecuzioni”, mentre “altri sognano un futuro migliore per sè e per la loro famiglia”. Qui la critica, anzi la condanna, del nazionalismo e del populismo é netta. E va oltre la necessaria richiesta di solidarietà. Affonda nelle radici del malessere, e cioé nello sfruttamento dei paesi poveri da parte di quelli più sviluppati e nella sacrosanta esigenza di una integrazione che non sia omologazione, ma rispetto ed esaltazione delle differenze. Perché il futuro non é “monocromatico” e non possiamo sostituire “il prossimo” (quello distinto da noi) semplicemente col “socio” (quello uguale a noi). L’enciclica papale si correda di molti altri passaggi di assoluto rilievo e di novità. Elenchiamoli. Una parte é dedicata alla virtualità e al suo rapporto con la realtà. Oggi la nuova dimensione virtuale spinge non già al dialogo e all’approfondimento, ma “alla diffusione senza eguali… di aggressività, insulti. maltrattamenti”. “Venendo meno il silenzio e l’ascolto e trasformando tutto in battute e messaggi rapidi e impazienti si mette in pericolo la struttura basilare di una sana comunicazione umana”. Anche nella politica c’é spazio per amare con “tenerezza”. E ovviamente attraverso l’ascolto e la comprensione delle ragioni degli altri. Straordinario mi pare qui il richiamo al recupero della “gentilezza”. Poi la sua concezione della pace e del suo rapporto con la libertà: “amare un oppressore non significa permettergli di rimanere tale”. Così come il perdono non deve cancellare la memoria. Non vanno dimenticati la Shoa e i bombardamenti du Hiroshima e Nagasaki. La dottrina della Chiesa parla di “possibilità di legittima difesa mediante la forza militare” ma a giudizio di Francesco oggi si travalica ogni giustificazione con guerra preventive. Poi un deciso no alla pena di morte. Tanto deciso e netto quanto generalizzato. No deciso al terrorismo che é stravolgimento di ogni religione e anche frutto di una situazione di sottosviluppo e di sfruttamento. E qui magari un dissenso ci sta. Giacché il terrorismo islamico é esercitato da parte di giovani infatuati da un dogma antioccidentale e non frutto di una particolare precarietà economica. Così come per un non cattolico risulta difficile l’invito a “sottomettersi” (non ci si sottomette mai, piuttosto ci si identifica) al credo delle religioni. Resta un messaggio profondamente innovativo, ispirato al valori della equità, anzi dell’eguaglianza tra gli uomini, e dunque alla critica anche aspra agli squilibri e agli sfruttamenti, teso non all’omologazione, ma all’esaltazione delle differenze, ai valori della pace e della non violenza, alla volontà di ritenere fratelli tutti, con affondi critici nei confronti di chi (anche cristiani) abbondano di paure e di ansie per i diversi, di chi non accetta il mondo aperto da vivere con amicizia sociale. Queste parole sarebbero piaciute a un vecchio socialista come Camillo Prampolini che alla fine dell’Ottocento esaltava la figura di Cristo contrapponendola alla Chiesa del suo tempo. Quella contrapposizione pare ora aver trovato in Francesco la sua soluzione e Prampolini potrebbe aver provato con lui la ragione delle sue critiche. Magari non sarebbe diventato cattolico, ma cristiano e socialista sì. Con ancora maggiore convinzione.

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