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Peppino l’immortale

7 Novembre 2020 118 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Sono rimasto molto sorpreso, oltre che sinceramente addolorato, dalla notizia della morte di Peppino Amadei. Sembrava davvero immortale, persino senza quel tallone d’Achille che per altri ne aveva segnato una parziale vulnerabilità. Mi telefonava spesso, già ultracentenario, per invitarmi a cena a Guastalla. E spesso mi confidava che la mattina, quando si svegliava, si tastava le braccia per accertarsi d’essere ancora vivo. Poi, avendone la prova tangibile, usciva di casa per recarsi dal suo amico Negri, a vedere e parlare di quadri, antica passione sua e di alcuni suoi amici, compagni di cerimonie artistiche e di assidui convivi serali. Peppino era specialista in commemorazioni di amici più giovani. Che ricordava, come accaduto recentemente per Angiolino Brozzi, storico sindaco socialista guastallese, con parole e aggettivi sempre puntuali, rigorosamente scritti su piccoli fogli bianchi. La vita di Amadei é lunga più di un secolo e vergata da quasi ottant’anni di impegno politico e culturale. Le sue prime mosse risalgono al tempo del fascismo, quando con Enrico Macca, sindaco socialista di Guastalla prima e dopo la liberazione, rappresentò i socialisti nel primo Cln costituito nel settembre del 1943. Nell’immediato dopoguerra si schierò, da segretario del Psi del suo comune, con la tendenza autonomista capeggiata da Alberto Simonini, allievo di Camillo Prampolini, e del quale egli stesso divenne a sua volta seguace. Seguì Saragat e Simonini nella scissione di Palazzo Barberini del gennaio 1947 e fu tra i fondatori del Psli che nel 1951 divenne Psdi. Mentre il Psi era legato a doppio filo al Pci e all’esperienza del socialismo sovietico il Psdi rappresentava in Italia il movimento socialista europeo affiliato all’Internazionale. Mentre Simonini fu ministro delle Poste e della Marina mercantile, Amadei, professore di Lettere in una scuola del suo comune, divenne il suo stretto collaboratore. Dopo la morte, improvvisa e avvenuta all’estero, di Alberto Simonini, proprio in quel luglio del 1960 che vide a Reggio scorrere il sangue di cinque manifestanti, Amadei lo sostituì, come primo dei non eletti del Psdi alle elezioni del 1958, alla Camera dei deputati. Devo ammettere che Amadei, che poi conobbi personalmente solo alla fine degli anni sessanta, perché amico di mio padre, aveva proprio l’aria del deputato. Sorridente, affabile, gentile, anche se tendenzialmente autoritario, appariva, con quell’abito abbastanza vecchio e a volte sdrucito, il vero rappresentante del popolo. E del suo popolo Amadei conosceva tutto: le abitudini, le passioni, le date di nascita, di matrimonio, la residenza. Lo toccai con mano quando mi volle appoggiare alla elezioni politiche del 1987, le prime che mi videro eletto in Parlamento. Quando ci inerpicavamo su e giù per le stradine della montagna lui sapeva da chi erano abitati i borghi e anche le singole case e quanti figli avesse l’uno e l’altro. Una macchina perfetta. Nella sua testa deteneva la carta geografica d’ogni campagna vincente. Perché poi, dopo essere stato più volte sottosegretario, Amadei nel 1989 aderì al Psi craxiano assieme a un gruppo ex socialdemocratico capeggiato da Longo e Romita. E nello stesso 1989 venne inserito nelle liste del Psi per le elezioni europee (era già stato eletto dal Psdi anche in Europa nel 1984), ma senza riuscire a fare il bis. Di Amadei uomo politico non bisogna poi dimenticare il ruolo avuto nella nascita del Centro Camillo Prampolini, assieme ad Antonio Bernardi e a chi scrive. Tutti noi lo volemmo presidente per riconoscere la sua lunga e coerente adesione agli ideali del socialismo democratico. D’altronde, se a Prampolini fu intestata la società che tuttora, divenuta Fondazione, dispone di immobili un tempo adibiti a sedi politiche e culturali e a colonie estive e se a Simoninini é tuttora intestata una efficiente scuola di formazione professionale, il merito è suo che quelle realtà ha contribuito a creare. Non passi in secondo piano il culto che Peppino aveva per l’arte e in particolare per le pittura e la collezione che vantava di autori moderni, una rarità di enorme e riconosciuto pregio, né il ruolo avuto nella nascita del centro dedicato ai naif della Bassa che ha sede a Luzzara. Se provavi a parlargli di Ligabue come di un naif s’arrabbiava di brutto e ti rispondeva: “Ligabue é stato un grande pittore. Punto”. E che dire del suo culto sacro per l’amicizia che sempre esaltava con lo stile proprio dei più genuini anfitrioni. Un paio di settimane fa gli avevo telefonato per chiedergli se poteva ancora uscire di casa, sottointendendo “vista l’età”. Mi rispose deciso: “Si, ma con la mascherina”. Questo era Peppino Amadei, un uomo, sempre lui me lo aveva confessato, che non conosceva il suo medico e che, quando aveva il raffreddore, beveva il vin brulé. Un esempio di vita vissuta, intensamente. Per ideali che si sono rivelati giusti. Per passioni sempre mantenute a livelli alti. E per una voglia insopprimibile di vivere e di comunicare cogli altri. Mi mancherà il suo fertile ottimismo.

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