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Dal socialismo riformista al socialismo liberale

22 Febbraio 2021 142 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Riassumo i termini del mio socialismo liberale. Conoscevo Carlo Rosselli e il suo libro scritto a Lipari dove era stato confinato e pubblicato in francese a Parigi nel 1930. Ma le mie preferenze, fin da ragazzo, quando al Liceo Classico Ludovico Ariosto fondai cogli amici Fabrizio Montanari ed Enrico Traversa un gruppo di ispirazione socialista, erano per Filippo Turati e il suo socialismo riformista. Avevo sfogliato un libro che mio padre, socialista e dirigente del Psi di Reggio Emilia, aveva nella sua libreria su Camillo Prampolini, scritto in forma poetica e sentimentale da Renato Marmiroli che poi ripubblicherò con mia prefazione nel 1992. Di Turati conoscevo quasi a memoria i discorsi al congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921. Turati al contrario di Prampolini, una sorta di nuovo Gesù per i contadini padani alle prese con la pellagra, era più laico, razionale, eretico e anche ironico. Così mi trovai a 18 anni nel Psi sulle posizioni di Nenni, autonomista dal 1956. Autonomista e giovane, anzi giovanissimo. Una rara eccezione. Dunque la faccio breve. Tutta la mia formazione politica e culturale era socialista riformista. Di Nenni uscì in quel periodo un libro di Maria Grazia D’Angelo Bigelli “Pietro Nenni dalle barricate a Palazzo Madama” che divorai in un sol giorno. Dunque non credo di dover prendere lezioni di riformismo e neanche di socialdemocrazia. Il mio amico Giorgio Boccolari per scherzo, ma allora era ritenuta un’offesa, mi chiamava Saragat. Questa stessa posizione ho sempre tenuto nel Psi anche dopo l’avvento di Craxi. Dopo la fine del comunismo e del Pci mi parevano finite le contrapposizioni tra comunisti e socialisti e dunque fui soprattutto con Martelli che proclamava più di altri l’urgenza di unificare socialisti e post comunisti in un partito socialista aperto anche ad altre culture. Tangentopoli (ci fu anche una responsabilità nostra) riuscì a ribaltare il corso naturale della storia e a dar ragione, per via giudiziaria, a chi aveva avuto torto. Da allora, anche per questo in un periodo ho preferito l’alleanza con Berlusconi a quella con una sinistra piegata al culto di Di Pietro, ho pensato, e continuo a pensarlo oggi, che il vero discrimine nella sinistra non sia più il socialismo democratico o il riformismo, ma la cultura liberale. Restano intatte queste ragioni di distinzione anche ai nostri giorni. Una sinistra a Cinque stelle, con tutto il rispetto per il travaglio di questo partito, non può essere la nostra. Una sinistra che si fa scrivere le leggi dai magistrati e che non aderisce ai refrendum radicali, che non adotta con decisioni nuove normative sul carcere preventivo, sulla separazione delle carriere, sull’elezione del Csm non può essere la nostra. Per questo oggi ci dovremmo sentire più vicini, ma in realtà lo siamo sempre stati a partire dalle grandi battaglie di libertà degli anni settanta, ai radicali e ai liberali piuttosto che alle radici su cui é sorto il Pd, un impasto di post comunismo e post democrazia cristiana. E mi chiedo perché mai con determinazione noi non portiamo queste nostre convinzioni in un’area in formazione, ancora purtroppo alle prese con troppi personalismi, che potrebbe rilanciare ad un tempo la nostra storia e i nostri ideali.

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