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Una battaglia di libertà, cioè socialista

17 Febbraio 2022 103 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo
Dunque la Corte, presieduta da Giuliano Amato, ha dato il via libera a cinque referendum sulla giustizia su sei. Cassato solo quello relativo alla responsabilità diretta del magistrato. Non sono passati invece quelli relativi all’eutanasia perché il quesito sarebbe stato in realtà scritto in modo da autorizzare il suicidio assistito in qualsiasi condizione si trovi il soggetto coinvolto, e sulla cannabis perché la richiesta di legalizzazione così formulata si sarebbe potuta estendere anche alle droghe pesanti.

Ma quel che conta adesso é che i referendum sulla giustizia, i cinque rimasti (separazione delle carriere, limitazione della custodia cautelare, riforma del sistema di voto della quota togata del Csm, possibilità estesa agli avvocati del giudizio sulle toghe e riforma della applicazione della Severino), saranno fissati per la prossima primavera. Hic rodus hic saltus, dunque. I socialisti hanno raccolto le firme e allestito banchetti in mezza Italia. Hanno più volte precisato che l’adesione della Lega non può provocare problemi a chi da tempo manifesta posizioni coerenti. E che la cosa peggiore sarebbe quella di cambiarle perché qualcuno sposa le tue pervenendo da posizioni opposte. Forza Italia ha aderito e promuoverà la campagna per il Si così come pure Italia viva mentre Fratelli d’Italia sosterrà solo alcuni quesiti, e non quelli relativi alla riformulazione della Severino e alla limitazione del carcere preventivo. Scontato il sì dei Radicali promotori, assieme alla Lega, dei quesiti referendari e di Più Europa, ancora silente Calenda, appare certo il No dei Cinque stelle mentre non può non risultare singolare la posizione del Pd per il quale “le riforme si fanno in Parlamento”. E perché mai? Iil divorzio e l’aborto sono state leggi sottoposte a referendum vinti. E la legge sulla preferenza unica del 1991 e la riforma elettorale di Segni del 1993? Vorrei solo rispondere con la logica all’on. Malpezzi (Pd), e cioè che se le leggi si fanno in Parlamento si approvi allora subito una legge sulla separazione delle carriere e delle funzioni dei magistrati e non una leggina che prevede, come quella scaturita dal Consiglio dei ministri, la semplice riduzione da 4 a 2 dei passaggi dal ruolo di inquirente a quello di giudice e viceversa. Una vera presa in giro. Su questo punto vi é da registrare il notevole fermento nei gruppi parlamentari del Pd dove gli ex renziani si mostrano favorevoli alla separazione della carriere e così pure i giovani turchi. L’ex procuratore aggiunto di Milano e procuratore di Torino Armando Spataro annuncia il comitato per il no e apprezziamo la chiarezza della sua discesa in campo anche se fa sorridere l’elevazione a modello di una vera e propria anomala distorsione. La confusione tra magistrati dell’accusa e magistrati del giudizio non esiste in nessuna democrazia europea. Se si vuol cercare un precedente lo si può trovare solo nel Portogallo di Salazar. Equiparazione non certo edificante. La separazione, anche del Csm, é un atto di civiltà giuridica e di equilibrio istituzionale. La confusione dei ruoli porta a un insano connubio e in Italia alla prevalente funzione dell’accusa, visto che il giudice dipende dallo stesso ordine del magistrato requirente, dalla stessa formazione ed é soprattutto amministrato dallo stesso organo. E siccome nel Csm i pubblici ministeri sono tuttora maggioranza, far dipendere le carriere di coloro con prevalente funzione di giudici dagli inquirenti con la funzione dell’accusa é più di un obbrobrio giuridico. E’ una mina alla democrazia.

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