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Tra eroismo e umiliazione

19 Aprile 2022 137 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo
Ernest Hemingway sosteneva che la campana doveva suonare per tutti. Non a caso partì per arruolarsi volontario nel 1917 nella prima guerra mondiale e volle seguire da vicino la resistenza repubblicana nella guerra che insanguinò la penisola iberica dal 1936 agli inizi del 1939. Due inglesi sono stati catturati dai russi ed esibiti come possibile merce di scambio con un oligarca. Sarebbero più di ventimila i volontari occidentali che hanno deciso di arruolarsi per combattere in Ucraina. Per soldi? Non si mette a repentaglio la vita per un rimborso spese o poco più.

La brigata Azov, che attraverso i massimi suoi esponenti ha negato simpatie naziste che invece riscontra nei reparti russi, sta combattendo eroicamente da un’acciaieria di Mariupol, sfidando ogni minuto la morte, ma rifiutando la resa. Combattono civili ucraini, anche donne, commovente la fine di Olena Kushmir, sergente della Guardia nazionale ucraina, colpita a morte ieri nella martoriata Mariupol dopo che aveva messo in salvo il figlio in uno dei pochi corridoi umanitari. Era un medico e curava i feriti. Non poteva sottrarsi al suo dovere di servire la patria invasa. Era una delle cento donne combattenti. Potrei citare altri episodi. Ma quello che mi domando é il motivo della mancata e adeguata commozione verso queste tragedie umane, unita al giusto rispetto e apprezzamento verso questi atti di eroismo che o vengono sottaciuti o spesso annacquati in dubbi e riserve. Mikhaylo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelensky, ha dichiarato: “Battaglia per il Donbass, stagione II”. La guerra in Ucraina è diventata per molti nel mondo un altro programma tv su Netflix. Con eroi protagonisti e secondari, vari intrecci e un colpo di scena prima di un nuovo episodio. Non abbiamo attori, le persone muoiono davvero e gli showrunner non garantiscono il lieto fine”.  Una delle spiegazione é quella fornita da Podolyak e cioè la concezione della guerra alla stregua di una serie televisiva che si snoda quotidianamente sui nostri video. Una guerra virtuale che ci accompagna come se fosse “La casa di carta”, dunque. Ma non basta. C’é anche la paura, anzi il terrore, del paragone. Non vogliono, costoro, chiedersi “e se capitasse a noi?”. Se venissimo aggrediti da un paese straniero sapremmo noi comportarci come gli ucraini? Sapremmo mettere in discussione il nostro modo di vivere, al punto da sacrificare, per il nostro ideale d’indipendenza, anche la nostra vita? E’ un interrogativo fuori dal tempo, si pensava. Sono passati quasi 80 anni dalla fine dell’ultimo conflitto e l’era atomica ci ha preservato da ritorni alla metà del secolo trascorso. E invece la questione ucraina ha fatto esplodere queste certezze rimandandoci ai drammi di un passato nient’affatto passato. E’ questo che gli ignavi, i doppiopesisti, i benaltristi e sopratutto gli arrendisti non vogliono neanche ipotizzare. Coloro che non capiscono la resistenza degli ucraini e preferirebbero la loro resa in realtà pensano a loro stessi e non possono ammettere che a poche centinaia di chilometri da noi la gente preferisca morire per non sentirsi schiava. “Meglio rossi che morti” era uno slogan di quando c’era il comunismo e “meglio arrendersi che perire” é il credo propagandato da molti, oggi. A costoro non importa che nessuno abbia chiesto loro di morire. Non possono accettare che quanti hanno deciso di porre la loro vita al servizio di un dovere peraltro sancito come “sacro” dall’articolo 52 della nostra Costituzione, e cioè la difesa della patria, si comportino diversamente. Si sentono umiliati e non vogliono ammetterlo. E parafrasando Brecht convengono: “Infelice l’umanità che ha bisogno di eroi”. Meglio non pensarci. La pace, anche attraverso la resa, é la sola che ci permetta di non arrossire.

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