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Dèbacle

26 Settembre 2022 147 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo
Una premessa. L’Italia, che é sempre stato il Paese in cui si votava di più, é diventato il Paese in cui si vota meno. Il 63,9% dei votanti rispetto agli aventi diritto rappresentano la percentuale più bassa tra quelle conseguite nei grandi Paesi europei. In Germania alle ultime politiche ha votato il 77%, in Francia il 73, nel Regno unito il 67 e in Spagna il 66. Dunque non é vero che la tendenza italiana é in linea con quella dei paesi europei.

Se fino agli anni ottanta, il calo inizia soprattutto negli anni novanta, costituiva un’anomalia positiva adesso si é trasformata in un’anomalia negativa. Le ragioni sono molteplici. Ne individuo subito due. Contrariamente agli altri paesi, in cui il sistema politico identitario ha tenuto anche dopo la fine del comunismo, in Italia il vecchio sistema é crollato sotto i colpi della falsa rivoluzione giudiziaria ed é stato sostituito da un nuovo assemblaggio di partiti senza storia e senza identità, entro il quale gli elettori paiono muoversi senza alcun vincolo e con una mobilità impressionante e anche manifestando l’indifferenza più totale. I non partiti della cosiddetta seconda Repubblica mai nata sono scatole vuote. Sono non partiti senza storia e identità, generalmente monocratici (gli italiani li chiamano col nome dei loro leader) che, sottraendo il diritto di scelta dei parlamentari all’elettorato (col Rosatellum nella quota proporzionale le liste sono bloccate), affidano a loro stessi il compito di nominare i parlamentari, trasformando così la democrazia in oligarchia. Questo, della rifondazione del sistema politico italiano, del rinnovamento delle istituzioni (si vada verso il sistema, peraltro anomalo, dell’elezione diretta del presidente del Consiglio o del presidente della Repubblica) e della riappropriazione del diritto di eleggere i parlamentari da parte dell’elettorato, mi paiono più che obiettivi pressanti necessità. La destra ha vinto e governerà il Paese. La Meloni é una leader democratica fatta in casa. Dalla Garbatella a Palazzo Chigi non é necessario inscenare alcuna marcia. Dal 1994 in Italia vince sempre chi non governa. Gli italiani in questi trent’anni hanno completamente ribaltato il detto andreottiano secondo il quale “il potere logora chi non ce l’ha). Il voto premia chi é lontano dal potere e promette un potere migliore, per essere poi puntualmente e successivamente travolto dalla complessità del governare e sostituito da nuovi profeti. Nella coalizione che ha vinto, la Lega di Salvini è crollata. Dunque anche tra chi ha vinto c’é chi ha perso. Questo, alla lunga, potrebbe creare qualche problema perché la mancanza di equilibrio genera sempre tensioni. Ma é solo un appunto da tramandare al futuro. Il Pd, nella versione democratica e progressista (la parola socialista é tuttora impronunciabile), é il vero sconfitto. Il 19%, se si considera l’apporto di Articolo uno Mdp e del Psi, é anche meno del risultato conseguito da Renzi nel 2018, che gli costò la segreteria. Letta non solo non é riuscito, non per colpa sua, a costruire il suo campo largo, ma non ha creato neppure un campo stretto e unito nel programma e nella proposta di governo. Ha preferito l’accordo elettorale con Si e Verdi precisando che con questi partiti non avrebbe governato. La sua coalizione non proponeva dunque un programma, un’ipotesi di governo e una leadership al contrario di quella opposta. E finiva per affrontarla come un pugile che si reca sul ring senza guantoni. Leggo che nel Pd si vorrebbe tornare all’asse coi Cinque stelle. Ma le elezioni ci sono già state, informate i proponenti. La sinistra italiana consegue il suo risultato più indecente. Anche peggiore di quello, pessimo, del 2008. Il 25% é percentuale inferiore a quella ottenuta dal solo partito della Meloni, tale da meritare non un processo, o un congresso con il ritorno delle rondini, ma una vera rifondazione. Si é trattato di un’autentica dèbacle che va di pari passo, questo sì é un processo storico che ci riporta al passato, con il trasferimento di intere masse popolari dalla sinistra alla destra, vedasi i risultati in Emilia Romagna e in Toscana. I Cinque stelle festeggiano un dimezzamento dei voti rispetto al 2018 e tuttavia il fatto che abbiano arginato l’emorragia (utilizzando tre fattori: la trasformazione del reddito di cittadinanza in reddito elettorale, la figura di Conte che é in grado, continuo a non capirne il motivo, di conseguire consensi e la collocazione in un’area più radicale di quella occupata dal Pd e alleati) é uno dei dati emersi nelle ultime due settimane di campagna elettorale. Il terzo polo, con quasi l’8%, ha ottenuto un buon risultato, anche sorprendente per chi, all’inizio della fusione a freddo tra Azione e Italia viva, pronosticava una semplice incollatura di due 2 per cento. Di noi socialisti tratterò domani: della scelta compiuta e delle possibili altre strade che si potevano percorrere. Resto convinto che per noi il tracciato, dalla nascita del Conte due, dalla fiducia allo stesso governo, dalle elezioni di Roma fino alla composizione delle liste, poteva, doveva essere un altro. Cercherò di spiegare quale. Ma dooo i miei editoriali e il mio intervento congressuale non é certo un segreto da disvelare.

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