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A 40 anni dalla scomparsa di Nenni

Pietro Nenni ci lasciò nella notte del capodanno del 1980, poco dopo aver scritto un articolo per Mondoperaio in cui ci ammoniva a considerare gli anni ottanta come quelli di un necessario e profondo rinnovamento. Ho conosciuto Nenni da vicino una sola volta: prima di un comizio che tenne a Mantova nell’autunno del 1972 al palazzo della Ragione. Fu un’emozione fortissima stringergli la mano per un ragazzo, qual’ero, della federazione giovanile di Reggio Emilia, per di più tra i pochi nenniani autonomisti, quelli che al congresso di Genova che si tenne di lì a poco disponevano di solo il 13 per cento del partito. Avevo appena finito di leggere una bella biografia su di lui, uscita in quegli anni, di Maria Grazia D’Angelo Bigelli intitolata “Pietro Nenni dalle barricate a Palazzo Madama”, molto interessante e densa di apprezzamenti per il vecchio leader che in quell’anno compiva 81 anni. E francamente li dimostrava tutti. Aveva l’aspetto di un anziano comandante di tribù, una sorta di vecchio saggio a cui ci si aggrappava nei momenti difficili. Read the full story »

2 Gennaio 2020 No Comments 83 views

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Buon 2020 e buona Emilia-Romagna

Auguro a tutti i lettori dell’Avanti buon anno. Il prossimo, il 2020, sarà sicuramente migliore seguendo l’antica consuetudine del leopardiano venditore di almanacchi. Seguendo le previsioni dei nostri economisti, sociologi, giornalisti e scrittori invece no. Inutile nasconderci che lo sviluppo italiano, l’unico tra i grandi paesi europei a non essere tornato ai dati precedenti la crisi del 2008, continui a manifestarsi preoccupante. Difficile ugualmente censire il reddito degli italiani con un’evasione così alta, la più alta (oltre 100 miliardi) d’Europa, in cui l’area della micro evasione di massa occupa la parte prevalente. E finisce per accrescere il livello di vita e i consumi di molti italiani, lavoratori autonomi soprattutto, ma anche lavoratori dipendenti e pensionati e fruitori del reddito di cittadinanza che arrotondano con lavoro in nero. Read the full story »

30 Dicembre 2019 No Comments 64 views

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Il volo di Fioramonti

Ma siamo davvero un paese di ignoranti? I dati questo dicono. A fronte di una media di laureati del 47% nei paesi Ocse tra i 24 e i 35 anni siamo solo al 28%. Nel 2016 l’Italia ha destinato all’università lo 0,89% del Pil, poco più della meta rispetto alla media Ocse che é dell1,48%. Dal 2008 il gettito fiscale degli studenti universitari  é passato dal 1,3 miliardi di euro a 1,63: siamo secondi dietro la sola Olanda. La spesa totale dell’istruzione in percentuale sul Pil é del 3,5% e per l’istruzione universitaria inferiore all’1%. Contro l’oltre 7% di Norvegia e Regno unito. Poco inferiore al 7 di Stati Uniti, Canada, Australia, Belgio, Finlandia, Svezia. In Francia il rapporto é superiore al 5% e in Spagna e Germania al 4. Dietro di noi nei paesi dell’Unione solo Irlanda e Repubblica ceca, oltre al piccolo Lussemburgo. L’Italia é l’unico paese dell’Unione europea dove la spesa per gli interessi sul debito (69 miliardi nel 2017) supera quella per l’istruzione (66,1 miliardi). Read the full story »

28 Dicembre 2019 No Comments 69 views

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La predica di Natale

Come ogni anno a Reggio Emilia i socialisti si ritrovano attorno alla statua di Camillo Prampolini per commentare la sua predica di Natale, il racconto che l’allora direttore de La Giustizia pubblicò in occasione del Natale del 1897. E che può essere riassunto così: un uomo salendo su una sedia tenne un comizio improvvisato dinnanzi a una Chiesa popolata di fedeli che uscivano dopo la messa. Quell’uomo, forse era lo stesso Prampolini, chiese a fedeli se fossero veramente cristiani e se avvertissero gli stessi sentimenti di Cristo contro l’ingiustizia e la diseguaglianza degli uomini. E se pensassero che bastasse frequentare la Chiesa e sorbirsi i sacramenti per dimostrarlo. Chiese loro se la Chiesa del suo tempo interpretasse quegli ideali. E poi dichiarò che se volevano davvero combattere un mondo basato sulla sopraffazione e sulla discriminazione dovevano diventare socialisti. Read the full story »

23 Dicembre 2019 No Comments 66 views

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Il declino

Un giorno Gianni De Michelis mi confessò: “Siamo alla deflazione e alla disoccupazione di massa. Noi non l’avremmo consentito”. Aggiungo la riflessione di Craxi alla fine degli anni novanta sulla necessità di pretendere la revisione dei parametri di Maastricht, puntando sul fatto che l’Europa non avrebbe mai potuto fare a meno dell’Italia. E mi chiedo se il declino dell’Italia, così ben puntualizzato da Ugo Intini nel suo pregevole pezzo sull’Avanti, non sia anche il frutto della debolezza della nostra classe dirigente, anzi della sua ultra ventennale mancanza di autonomia e autorevolezza. L’autonomia della politica era un elemento caratterizzante della cosiddetta prima Repubblica. Anzi era la politica che invadeva spesso altri poteri, da quello economico-finanziato a quello giudiziario. E tutto questo era comunemente accettato perché se ne riconosceva l’autorevolezza.

L’azione dei magistrati, almeno in Italia, ha approfittato dell’indebolimento della considerazione popolare del potere politico e della sua funzione quarantennale dopo la caduta del muro e del comunismo. Che non segnò la fine della storia, ma di un’epoca, basata sulle contrapposizioni ideologiche e di sistema. Questo ha portato, come conseguenza, forse inevitabile, forse studiata, alla creazione di un sistema politico debole e alla formazione di una classe dirigente assai meno autorevole, incapace di imporre e di non subire scelte che minavano gli interessi nazionali. Partiamo da Maastricht e dal cosiddetto patto di stabilità. Perché accettare senza fiatare il vincolo del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil e perché non imporre la necessaria distinzione tra spesa corrente e investimenti nel conteggio di quel vincolo? Sì, ci sono state urla, declamazioni e qualche attenuazione delle rigidità, conseguite in particolare dal governo Renzi. Resta il fatto che Spagna e Francia sono uscite per anni dal quella barriera solo formalmente invalicabile traendone anche vantaggi sul piano dell’incremento dello sviluppo.

Si dice: ma l’Italia ha il debito più alto. Certo. Precisiamo però che il debito che alla fine del governo Craxi era all’87 per cento del Pil, é oggi salito al 132-133 per cento. E questo nonostante il rispetto di tutti i vincoli compreso quello del fiscal compact che porta oggi il rapporto tra deficit e Pil a poco più del due per cento. Non c’é dubbio che la situazione italiana (il nostro Paese é l’unico che ancora non è tornato ai livelli pre crisi del 2007) é fortemente intrecciata con la mancanza di una leadership riconosciuta. Ma c’é di più. Scrive opportunamente Intini: “Nel 1994, il nostro prodotto interno lordo pro capite era il 92% di quello della Germania: adesso è il 75. Era il 95% di quello della Francia: adesso è l’81. Era il 137% di quello della Spagna: adesso è il 107. E il sorpasso degli spagnoli è ormai cosa fatta. Gli italiani non lo sanno, ma da queste cifre vengono la rabbia disperata, l’invidia e il rancore che ci avvelenano.”.

Aggiungiamo che il nostro Pil viaggia ancora di poco sopra lo zero, mentre quello della Spagna, che da due anni é quasi senza governo, é stato nell’anno in corso il più alto d’Europa, attorno al 2,5 per cento. L’ultimo rapporto Censis segnala che é l’incertezza il sentimento prevalente e che il pessimismo sul futuro prevale nettamente sull’ottimismo che é tale solo per il 14 per cento degli italiani, mentre un italiano su due é addirittura favorevole all’uomo forte al potere. Il declino dell’Italia é dunque ben avvertito dagli italiani. Se pensiamo alla forte diminuzione del potere d’acquisto pro capite rispetto agli anni ottanta, e questo in controtendenza con gli altri paesi europei, allora é facile desumere che quello che servirebbe é un salto di qualità.

Inutile girarci attorno. Per aumentare lo sviluppo, diminuendo anche il debito, é necessario da un lato un massiccio piano di investimenti pubblici e, attraverso la defiscalizzazione, anche privati, e una diminuzione, selettiva, della spesa, che provvedimento come quota cento e reddito di cittadinanza hanno ulteriormente appesantito. L’alta evasione fiscale, che non é solo grande evasione, ma in Italia si propone innanzitutto, e per la percentuale maggiore, come micro evasione di massa, può consentire solo parziali recuperi. E se si decide di colpire a largo raggio ecco la reazione delle associazioni, dei sindacati di categoria, di taluni partiti politici che non a torto ritengono la micro evasione alla stregua di un reddito aggiuntivo indispensabile per le famiglie e per i consumi. Capace oltretutto di variare tutti i parametri sulla povertà, come le previsioni sul reddito di cittadinanza hanno esplicitamente rilevato.

Evidente che per invertire questa tendenza, che appare inarrestabile, al declino occorrerebbe un governo autonomo e autorevole, capace di portare a Bruxelles un piano di investimenti pubblici di oltre cento miliardi unito a taglio alle tasse e a diminuzioni di spesa. Mancano però i presupposti: il governo é debole e lacerato, per di più palesemente subalterno a poteri finanziari e giudiziari, non ha il coraggio di operare tagli su nulla e non ha la forza per imporre all’Europa un piano di investimenti massicci. Chi é causa del suo mal pianga se stesso. Noi possiamo solo rimpiangere una politica e una classe dirigente che non ci sono più.

 

21 Dicembre 2019 No Comments 89 views

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Craxi, dal rogo alla rivalutazione

Ci son voluti vent’anni per leggere e ascoltare cose equilibrate e giuste sul leader socialista. Da destra e, per la prima volta, da sinistra. Che Craxi abbia avuto più nemici a sinistra che a destra lo scrive opportunamente Marcello Veneziani in un articolo in cui si mette in evidenza il messaggio ambivalente di Craxi e del suo Psi. Non c’è alcun dubbio che in quegli anni il Psi era un partito di sinistra che attirava molti voti da destra. Solo il New Labour di Tony Blair può essere paragonato al Psi craxiano e a quel che Bruno Pellegrino ha voluto definire “l’eresia riformista”. La sua riscoperta del patriottismo (Craxi iniziò la relazione congressuale di Palermo 1981 citando Giuseppe Garibaldi del quale era un appassionato collezionista di reperti), tanto più concretamente valorizzato con la decisione assunta a Sigonella, la sua concezione del fascismo come fenomeno storico (mi impressionò quando mi prese da parte nel 1974, io ero un giovanissimo segretario della Fgsi di Reggio Emilia, per confessarmi che le stragi erano terroriste, perché il fascismo è stata “una cosa seria”), la sua decisione di superare il cosiddetto arco costituzionale invitando Almirante alle consultazioni del suo governo, che gli attirò le simpatie di diversi elettori del Msi, la strategia del Lib-Lab che portò nelle liste del Psi molti liberali, a cominciare da Enzo Bettiza, sono tutti eventi che opportunamente Veneziani ricorda. Dove sbaglia è nel paragone con Crispi e Mussolini, perché Craxi, contrariamente a quei due, era un democratico convinto, non un presidente come Crispi che mise fuori legge il Psi e la sua stampa e come Mussolini che chiuse a chiave in un cassetto tutte le libertà.

Tuttavia è vero che la rivoluzione di Craxi ha fatto, fino ad ora, più presa a destra che a sinistra. Con le eccezioni che Veneziani peraltro ricorda e che sono quelle dell’Msi finiano. Non dimentichiamo le chiassate dei giovani missini davanti alla sede di via del Corso, che portarono all’aggressione a Ugo Intini, e neppure il fanatico appoggio a Mani Pulite da parte del gruppo dirigente di quel partito, con la sola eccezione di Giulio Maceratini. Né si può dimenticare l’atteggiamento della Lega, il cappio di Orsenigo, il comportamento di Feltri che sull’Indipendente lanciava la caccia al cinghialone Craxi. Tuttavia Berlusconi, che ereditò la maggior parte dell’elettorato socialista, non disdegnò mai la sua amicizia con Craxi anche se spesso la sposava con spinte populiste che andavano da ben altra parte, come l’offerta a Di Pietro di un ministero nel suo primo governo.  E’ inutile negare, però, che Forza Italia, sarà anche per il condizionamento dei molti ex socialisti, fu l’unico partito a riconoscere i meriti di Craxi e poi, solo dopo il coinvolgimento giudiziario di Berlusconi, anche la sua persecuzione giudiziaria.

Finalmente, erano pochissime le eccezioni, quelle di Macaluso, di Caldarola e di Bettini su tutte, anche a sinistra qualcosa si è finalmente mosso. Comincio da Matteo Renzi, un leader politico che all’epoca di Mani Pulite aveva meno di vent’anni e che non ha mai fatto parte del Pci e della sua storia. Le sue dichiarazioni al Senato e il suo riconoscimento che Craxi aveva ragione col suo discorso del luglio 1992, quando chiese a tutti i partiti di riconoscere la loro comune correità nel reato di finanziamento illecito, sono poi state ulteriormente ribadite durante la sua recente intervista a Minoli in cui si è soffermato anche sul valore strategico del messaggio politico craxiano. Anche Goffredo Bettini, l’anima del Pd, ieri veltroniano e oggi zingarettiano, ha avuto modo e non da oggi di ribadire gli stessi concetti. E ha aggiunto che quella del Pds del 1992 fu una posizione povera (lo aveva riconosciuto anche Violante). Perché anche l’ex Pci faceva parte del sistema e i suoi finanziamenti che derivavano in massima misura dalle cooperative erano finanziamenti illegittimi. Aggiungo io un particolare. A Reggio Emilia esisteva un patto tra Pci e Psi in base al quale tutti i finanziamenti che derivavano dal movimento cooperativo, in nero, dovevano essere suddivisi tra Pci (al 70%) e Psi (al 30%). I socialisti dovevano essere processati da chi era più di due volte “reprobo”?  Un paradosso, un’ipocrisia.

Anche il sindaco di Milano Sala, che pure non se la sente di intestare una via a Craxi, ha annunciato la promozione di un convegno sulla sua figura. Credo che i socialisti che hanno fatto parte del Psi craxiano possano oggi guardare con parziale soddisfazione a queste nuove posizioni. Soprattutto quei pochi (perché erano veramente pochi nel Psi del 1992-94, anch’esso infatuato da furore giustizialista, altro che….) che vollero difendere Craxi dall’azione di Di Pietro e compagnia. Il sottoscritto, che lo aveva contestato apertamente sul piano politico fino al suo primo avviso di garanzia, poi lo ha difeso come ha potuto votando alla Camera contro le autorizzazioni a procedere (e su questo firmando la sua condanna alla bocciatura dei tavoli progressisti del 1994) e poi andandolo a trovare due volte ad Hammamet. A questo punto in tanti diranno che tutto questo non basta per rilanciare un partito e questo è vero. Ma fare giustizia sul caso Craxi e sulla tragedia che ha colpito non solo lui e la sua famiglia, ma tutti i socialisti italiani, aiuta, e non poco. “La storia prima o poi rimette tutte le cose al posto giusto”, era solito dire Bettino. Con vent’anni di ritardo questo sta finalmente avvenendo. Forse è tardi per riparare a un torto. E’ tardi per risarcire tutti i socialisti perseguitati per ragioni politiche. E’ tardi. Troppo. Tuttavia, e lo scrivo con tanta amarezza, dopo tanti anni di discriminazioni e di sofferenze, meglio tardi che mai.

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21 Dicembre 2019 No Comments 84 views

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Renzi e Craxi

Matteo Renzi, chiamato a rispondere dei problemi dei finanziamenti alle sue attività politiche, ha svolto al Senato un intervento che ha destato clamore e anche sorpresa. Ha messo in guardia dalla criminalizzazione dei leader politici, citando prima il caso Leone, coinvolto nemmeno dal punto di vista giudiziario, sul caso Lokeed nel 1977 e costretto poi a dimettersi da presidente della Repubblica a causa di una campagna diffamatoria. E riecheggiando la famosa frase di Moro: “Non ci faremo processare nelle piazze”. Poi citando Bettino Craxi e il suo discorso del luglio del 1992. E in particolare quel passaggio sui finanziamenti irregolari e illegali ai partiti e alle attività politiche che erano dell’intero arco istituzionale, e che il leader socialista si prese interamente sulle sue spalle. Un tributo che mai prima d’ora s’era sentito in un aula parlamentare. Read the full story »

12 Dicembre 2019 No Comments 100 views