Terza obiezione: il sì sarebbe fascista
Tra le offese sgangherate del fronte del no, comprese quelle ultime del procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri secondo il quale voterebbero sì alla riforma i delinquenti, gli imputati, la massoneria deviata e chi più ne ha più ne metta, merita particolare citazione quella del fascismo, formulata in un manifesto diffuso dal Pd. Dunque Giuliano Vassalli, medaglia d’argento alla resistenza, incarcerato a Regima Coeli con Pertini e Saragat, che nel 1988 volle la riforma del processo in senso accusatorio e non più inquisitorio, e per questo la separazione delle carriere tra piemme e giudici, era fascista. E così pure Giovanni Falcone, il martire della lotta alla mafia, ed Enzo Tortora, e Marco Pannella che più volte la sollecitarono. E fascisti sono anche Barbera, Petruccioli, Salvi, Ceccanti, Gualmini, Picierno, storici rappresentanti della sinistra che hanno annunciato di votare sì. Restando nel merito della legge e guardando al passato é vero il contrario. E cioè che l’unità della carriere tra piemme e giudice é retaggio del fascismo, dal codice Rocco del 1930 alla legge Grandi del 1941, perché quest’ultima ha sistemato e normalizzato le due categorie nello stesso organismo. E’ il sistema unico quello d’altronde di gran lunga preferito negli stati autoritari, come la Russia, la Cina, l’Egitto, mentre la separazione delle carriere vige pressoché in tutte le nazioni europee, dalla Francia, alla Gran Bretagna, alla Germania, alla Spagna. Dunque si può ben dire che la separazione delle carriere dei magistrati supera proprio il sistema voluto dal fascismo, allontana l’Italia dai paesi a sistema autoritario o dittatoriale e la avvicina all’Europa. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.







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