Quella libreria devastata senza rubare libri
Ci sarebbero ragioni da vendere per una generazione di giovani a cui é stato parzialmente sottratto il futuro. Non da un governo, non da un premier, e nemmeno, a mio giudizio, da una destra o da una sinistra, ma da una serie di orientamenti di carattere internazionale ispirati alla globalizzazione e alla mondializzazione senza regole che hanno indebolito i paesi occidentali e da una corrispondente pratica politica dei governi che ha finito per penalizzare i giovani privilegiando gli interessi di altre generazioni. Pensiamo, in Italia, alle manovre per addolcire la fuoriuscita dal lavoro (l’attenuazione del cosiddetto scalone voluta da Prodi é costata 10 miliardi). Perché non tenere lo scalone e investire nella scuola sulla formazione degli insegnanti che non sanno insegnare e sull’edilizia? Ogni intervento é stato valutato in termini elettorali e dunque, in una società invecchiata, principalmente coinvolgendo le persone anziane: il 110 per cento ha finito addirittura per configurarsi come una tassa Robin Hood all’incontrario, la flax tax come un tentativo di proteggere i ricchi, il reddito di cittadinanza come un progetto per giustificare gli sfaticati. Potremmo continuare. Ai giovani, in particolare agli studenti medi e universitari, pare sia stato negato un domani di benessere pari a quello dei loro padri. E’ la prima volta che accade. Molti restano nelle famiglie di origine, in tanti non si sposano perché non possono sopportare i costi di una casa, moltissimi accettano un lavoro qualsiasi a prescindere dalla propria laurea. Eppure in Italia abbiamo bisogno di tecnici (ingegneri gestionali, informatici, periti) e di medici e infermieri. Le statistiche prevedono che nel 2030 non saranno più coperti i posti da chirurgo negli ospedali italiani. Occorrerebbe ora come non mai un rapporto stretto tra scuola e società, un filtro che unisca la pianificazione delle due e le renda un sistema unico. Tutto questo é nei programmi di questo nuovo movimento studentesco e cosa ha di diverso quest’ultimo coi due che lo hanno preceduto, quello diciamo idealistico e romantico del 1968 e quello materialistico e violento del 1977? E, prima ancora, che cos’é questo movimento che agita le piazze, incendia le auto, distrugge i negozi, si scontra con la polizia? Innanzitutto non é solo un movimento di studenti com’era quello del 1968, anch’esso nato in Francia con parole d’ordine creative e leggendarie come “La fantasia al potere” e che ha cambiato il modo di insegnare, di apprendere, di parlare, di vestire, di comportarsi e perfino di produrre musica e arte. Non é un movimento ideologico materialista come quello del 1977, vocazionalmente rivoluzionario, pensiamo ad Autonomia operaia e al culto delle P 38. Diciamo la verità. In questo movimento non ci sono leader acculturati che sappiamo intessere un ragionamento per più di tre minuti, che abbiano cultura politica, che sappiano infiammare non solo le auto ma anche le folle. Di loro non può avere paura nessuno e forse per questo la paura la generano coi sassi. Ho letto che hanno assaltato una libreria Feltrinelli a Milano e hanno distrutto armadi e carrelli. Emblematico il fatto che non abbiano prelevato neanche un libro. Non servono a loro libri, non serve studiare, non serve produrre una teoria? Capisco che la loro formazione sia addestrata a colpi di Tik Tok o da Istangram. Che non abbiamo mai scritto una lettera ma solo una mail. Che abbiano vissuto col culto dei videogame. Ma anche slogan particolarmente creativi non ne sono stati lanciati. Dunque prevale la confusione e la commistione di una molteplice diversità. Ci sono perfino dodicenni mascherati che si divertono a giocare agli indiani nei centri urbani, ci sono movimenti con sigle diverse, alcune rivoluzionarie, ci sono le bandiere palestinesi, ci sono documenti che chiedono “nondimeno” di “azzerare il capitalismo” e citano Marx e Gramsci, ma ci sono anche gli ambientalisti duri come Greta che vaticinano la fine del mondo in pochi minuti, ci sono quelli contro la guerra, ma solo in Ucraina e in Palestina, nelle altre 63 non si sa, ci sono i comitati di base del sindacato e i forse i forconi, e compaiono anche quelli alla moda (quattro hanno “lo stesso giacchetto di Under Armour e a uno di sotto spunta ancora il cartellino”, scrivono sul Corriere Matteo Castagnoli e Pierpaolo Pio), e infine anche quella immancabile pletora di intellettuali smagriti dalle diete e dagli esercizi in palestra che non mancano mai ai cortei, soprattutto a quelli del pomeriggio perché loro si alzano tardi. Mancano un chiaro programma, due o tre leader che sappiano comunicare, la capacità di non mischiarsi con frange violente e variamente incappucciate. E resta per ora quell’odore di già visto nelle rivolte che cominciate anche con buoni propositi finiscono per seminare terrore ed ottengono il risultato opposto. Basta leggere il testo postato da un dottorando a Bologna: “Se i poliziotti non vogliono prendersi un estintore sulla nuca possono sempre cambiare mestiere. Nessuno li ha costretti a scegliersi un mestiere da figli di p… “. Come aveva ragione Pasolini. Così comportandosi questo confuso movimento, come quello francese (ricordiamoci che nel 1968 in Francia rivinse De Gaulle), finirà per fare il gioco e gli interessi della Meloni. O di Vannacci. E’ già scritto.







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