In ricordo del Cervo
Eravamo un gruppo o una brigata. Forse solo un manipolo di resistenti. Gianni Cervetti (il Cervo), Renato Grilli, Massimo Chiaventi, tutti e tre deputati riformisti Pds ed ex miglioristi (non capivo come si sentisse chi non lo era? Peggiorista?) ed io, deputato del Psi. Erano gli anni, anzi i mesi, più bollenti di Tangentopoli che infuriava sulla politica italiana e in particolare sul mio partito, tra la fine del 1992 e le elezioni dell’aprile del 1994. Essere socialisti, orgogliosamente socialisti, pur riconoscendo gli errori compiuti, com’ero io, era anche pericoloso (ricordo le offese allo stadio e per strada e quell’articolo di un settimanale della mia provincia in cui ero definito “parlamentare socialista non ancora raggiunto da avviso di garanzia”. Dunque nella malata estasi dipietrista si coniò anche il nuovo reato di inquisibile. Cervetti, Chiaventi e Grilli non avevano rinunciato all’opzione riformista e prendevano le distanze dal giustizialismo imperante e dalle tricoteuses urlacchianti. Facevamo gruppo, brigata, manipolo, fate voi. Ci si incontrava ogni sera a Roma e combattevamo quei giorni segnati dall’odio e anche dal sangue (gli attentati a Roma, a Firenze e a Milano) con l’unica arma che ci era rimasta. Non la parola, non lo scritto e nemmeno il ragionamento perché pareva che la ragione fosse scomparsa in nome di una improvvisa rivoluzione catartica pilotata dalla magistratura e appoggiata da tutti i mass media, comprese le televisioni di Berlusconi. L’unica arma che ci restava era l’ironia. Ci si trovava al ristorante e si componevano poesiole e canzoni da cantare riservatamente su qualche personaggio di punta, sul Danton del momento. Ricordo un coro sotto l’albergo Portoghesi su Augusto Barbera, allora convinto refererendarista, su musica de Le colline sono in fiore, con testo mio che venne pubblicato sul Corriere della sera. I tre miei amici ed io sapevamo che i tribunali della rivoluzione nati da lî a poco come tavoli progressisti ci avrebbero condannati alla ghigliottina e così fu. A me i verdi inventarono una propensione favorevole alla variante di valico di Bologna, che poi si fece anche col voto dei verdi, a Cervetti obiettarono le molte legislature, ma fatale gli fu forse il suo libro “L’oro di Mosca”, che presentammo a Roma assieme a Francesco Cossiga che colse l’occasione per pregarmi di andare in carcere a trovare Gallinari, affetto da una grave malattia, e che testimoniava, che i rubli arrivavano davvero a Botteghe oscure. A Renato Grilli e a Massimo Chiaventi, contestarono la sintonia col Cervo e soprattutto coi socialisti. Massimo Chiaventi era stato eletto solo nel 1992 e tagliato nel 1994 senza colpe, anzi col merito di avere visto lungo. Entrambi moriranno ancor giovani. Chiaventi nel 1999 a 48 anni e Grilli nel 2003 a 58. Chiaventi colpito da una leucemia e Grilli da un tumore al polmone. Quanto le disavventure politiche abbiano influito sulle loro condizioni di salute non saprei. Cervetti continuò la sua opera partecipando spesso alle riunioni con Macaluso e un gruppo di socialisti, che non capivano come dopo la fine del Pci gli ex comunisti non siano diventati socialisti. Strana la contraddizione morfologica di certuno. Grilli aveva due baffi alla Stalin e si professava socialdemocratico, Cervetti aveva le sembianze di un funzionario sovietico o addirittura di un giudice del popolo che pronuncia una sentenza con quel sorriso acido e invece era ancor più di Napolitano, un riformista che a Milano aveva contratto un matrimonio quasi indissolubile col Psi di Craxi e di Aniasi e di Tognoli. In Urss Cervetti c’era stato davvero, per nove anni, aveva studiato ecenomia, si era sposato, aveva avuto un figlio. Nel Pci era stato segretario di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana. Fu lui a convincere il taxista Rolandi, iscritto al partito, che aveva visto proprio Valpreda (o uno che di Valpreda aveva preso le sembianze) viaggiare con una borsa alla Banca dell’agricoltura, a recarsi in Questura. Dal 1975 Cervetti venne chiamato da Enrico Berlinguer in segreteria a dirigere l’ufficio organizzazione. Fu consigliere comunale, regionale, parlamentare europeo, parlamentare italiano. Resta uno dei protagonisti della sinistra italiana e in particolare di quella riformista. Mi faceva ascoltare un discorso di Togliatti, leader del realismo politico. E in effetti senza la sudditanza all’Urss Togliatti sarebbe stato un riformista anche lui. Come riformisti divennero tutti i suoi uomini, da Napolitano, a Chiaromonte, a Macaluso, alla stessa Nilde Iotti. Cervetti non sopportava gli estremisti, i parolai, gli intellettuali da salotto. Non gli uomini di cultura qual’era egli stesso che fu un bibliografo di valore, collezionista di una grande raccolta di edizioni dantesche e di Machiavelli, e venne nominato presidente dell’orchestra Verdi e poi presidente emerito. Se n’é andato ieri a 92 anni col suo sorriso tutt’altro che acido, ma tenerissimo, stampato in faccia.







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