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Dieci anni senza Marco

21 Maggio 2026 126 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Volevo pensarci bene per confessarvi quello che per me ha rappresentato Marco Pannella e perché Marco é stato personaggio unico e irripetibile. Il mio primo impatto con lui avenne nel 1970 a Reggio Emilia. Avevo diciannove anni e lui meno di quaranta. Era stato chiamato da un circolo radicale e socialista fondato da Mario Monducci, futuro deputato repubblicano, e da me, iscritto alla Fgsi. Marco fece un comizio in piazza Prampolini e poi si fermò a pranzo con noi. Noi mangiammo un primo e lui ci guardava. Ci confidò di essere in sciopero della fame e si bevve un cappuccino. Da allora lo seguii come si segue un messia laico, io che volevo conciliare Nenni e Craxi con lui attraverso Loris Fortuna. Con Loris strinsi amicizia dal congresso di Genova del 1972 e fu lui a indurmi a iscrivermi oltre che al Psi anche al Partito radicale. Credo che fummo, Loris ed io, i primi due a farlo. Poi la battaglia per il divorzio e l’aborto. Quel magico referendum del 12 maggio del 1974, il grande comizio al teatro Municipale di Fortuna che presentai proprio io. E il congresso di Firenze dei radicali del 1975 bagnato dal sangue di Pierpaolo Pasolini. Pannella lesse la lettera che Pasolini aveva scritto per il congresso poco prima di essere ammazzato con le lacrime agli occhi. Poi la mobilitazione insieme dei radicali e dei socialisti per la legalizzazione dell’aborto, e quei ciritti di libertà e di laicità che il Pci mal digeriva e che rendevano diversi socialisti e comunisti, perchè questi ultimi andavano convinti e un po’ tirati per la giacchetta per la fobia che avevano di rompere col mondo cattolico. E infine il Pannella amico, quello che frequentai alla Camera dei deputati. Il Pannella eretico e transpartitico. Quello per il quale non esistevano destra e sinistra, alleati e avversari, ma battaglie in cui coinvolgere alleati e soprattutto convincere avversari. Il Pannella che ho amato di più, quello che mi pregava di invitare a cena Claudio Martelli, quello che si inserì come un dirigente del Psi al congresso di Rimini del 1987. Quello di Enzo Tortora, il primo che lo difese e lo trascinò al parlamento europeo sottraendolo al carcere dove poi Enzo si fece rintanare per sua scelta dopo la scellerata condanna. Quello che mi portava a pranzo all’Angoletto e mi chiedeva di Capezzone nel 2006, e che esaltava Cappato. Quello che mi convinse a fare con lui la relazione introduttiva al convegno di Chianciano (e per me fu un onore), quello che volle fare la riunione dei convenuti a Chianciano il giorno di Ferragosto, come aveva voluto riunire tutti i parlamentari inquisiti alle sette del mattino in Parlamento. La politica esige un sacrificio e quello era il costo della sua presenza. Ma sì aveva ragione e a Bobo chiese se Craxi avesse confessato che ad Hammamet l’unico che gli mancava era Marco. Edonista, esibizionista, sempre incazzato, ti fumava in faccia decine di Gauloise, ma lucido, sapeva scrutare dove nessuno dei dirigenti dei partiti della cosidetta prima repubblica sapeva volgere il guardo. Salutò il crollo dei partiti che lui tutti definiva criminali con un ghigno beffardo. Ma non fiondò dei sassi contro tutti coloro che la piazza voleva linciare. Anzi andò anche allora controcorrente. Difese le vittime di Tangentopoli e non i tribunali. Lui era Giordano Bruno, non la santa Inquisizione. Era il traditore che definì Togliatti assassinissimo e non il cultore dell’unità. Anzi era alla divisione e allo scontro che mirava ma sui suoi obiettivi di libertà. D’altronde solo i traditori della sinistra hanno sempre avuto ragione. Servirebbe un lungo, troppo lungo, elenco. Quando svolse un dibattito con Marco Travaglio se ne usci con una vampata pannelliana: “Sei un poeta del racconto delle varie forme di merda perché in te c’é la passione del male e non c’é l’amore del vero”. Solo Marco sapeva improvvisare parole così. Quasi fosse su un altare, in Chiesa. Le sue ragioni sui diritti civili, sulla droga, sull’eutanasia, sulla crisi della partitocrazia, sull’Europa, sulle carceri raramente vennero capite e seguite. Ma aveva ragione lui che abitava in via della Panetteria e si faceva la spesa da solo. Per me é stato il simbolo della più alta politica conciliata con un comportamento individuale irreprensibile. Così come il male che si faceva da solo cogli scioperi della fame e della sete erano l’incarnazione sofferente delle sue idee propagandate anche attraverso il suo corpo. Inutile cercare un’attrazione cristiana che é evidente. Grazie di essere vissuto. Non dieci anni ma neanche un secolo ti cancelleranno.

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