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Caro Brunetta, il 1992 non c’entra col 2009

21 Settembre 2009 781 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Conosco Brunetta e lo so estroso, fantasioso, ma sempre convinto di quel che dice. Ha lanciato l’allarme del golpe e i suoi amici del Pdl (di estrazione socialista) hanno paragonato la situazione di oggi a quella del 1992. Mi permetto, avendo vissuto in prima linea il biennio 1992-1994, di non essere d’accordo. Il 1992 veniva tre anni dopo l’89. Ne era la conseguenza possibile. Imprevedibile solo per chi non aveva capito la portata storica della fine del comunismo, soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui coesistevano due anomalie rispetto alla situazione europea: la presenza di un forte partito comunista e la costruzione, sviluppo e alimentazione, anche a causa della prima anomalia, di un sistema politico pesante. Pensare che l’eliminazione della prima anomalia non portasse seco anche il superamento della seconda era davvero frutto di colpevole superficialità. E la colpa principale della vecchia classe dirigente (si parlava allora del Caf, Craxi, Andreotti e Forlani, con gli ultimi due, peraltro, che nel maggio dell’92 non trovarono di meglio che farsi la guerra tra loro sull’elezione del presidente della Repubblica) fu proprio questa incapacità assoluta di previsione. Si pensava, dopo l’89, a un bipolarismo fondato sulla Dc e sul Psi, con caratteri europei, popolari e socialisti. Invece ne uscì un bipolarismo di cui l’ex Pci e l’Msi, poi An, divennero perni, assieme alla Lega, mentre Dc e Psi furono improvvisamente eliminati. Questo perchè tangentopoli diede all’89 un orientamento politico. Non fu solo un’operazione giudiziaria, tanto che l’eroe di quegli anni fonderà un partito e ne diverrà autorevole leader. Le indagini furono a senso unico o quanto meno a senso privilegiato. V”era chi doveva essere azzoppato, chi ammazzato e chi risultare invece immacolato. Questo fu il golpe del ’92. Un misto di suicidio e di omicidio, popolare per di più, in quanto il sucidio prima dell’omicidio lo aveva anche reso tale. Aveva motivi internazionali e anche nazi0nali, e la lotta alla corruzione politica (tutti i partiti si finanziavano irregolarmente e tutti lo sapevano da sempre) era solo un pretesto. Aveva ragione Luciano Cafagna, quando osservava nel suo famoso libro, “La grande slavina”:  “Quando esplode una questione morale è sempre perchè esiste una questione politica”. Se ci fosse ancora stato il comunismo tangentopoli non sarebbe esplosa mai. Resta il fatto che le due personalità che emersero come conseguenza di Tangentopoli furono proprio Berlusconi e Di Pietro: il primo si buttò in politica per colmare il vuoto creato dalla distruzione dei partiti di governo, ma anche per dimostrare che la politica la dovevano fare non più “i politici di professione”, ma gli imprenditori, e il secondo per dare seguito alla rivoluzione giudiziaria e per dimostrare che la politica non la dovevano più fare “i politici di professione”, ma i magistrati. Senza accorsersene l’uno e l’altro avevano in comune una parte dei loro programmi. Senza tangentopoli Di Pietro sarebbe ancora un magistrato e Berlusconi il presidente del consiglio non l’avrebbe fatto mai. Quest’ultimo fu ad un tempo vittima predestinata e protagonista del biennio 1992-94, almeno nei suoi effetti. E allora il paragone tra l’oggi e il 1992 appare quanto di più sbagliato si possa ipotizzare. Craxi morì ad Hammamet mentre Berlusconi, che aveva governato l’Italia nel 1994, si apprestava a rigovernarla ancora. Craxi aveva con sè solo il suo partito e in realtà neppure quello, Berlusconi ha con sè il potere politico, parte di quello economico, le sue televisioni, quelle affidate al suo governo, parte, anche se non maggioritaria, della stampa. Ha un lodo che gli consente di non essere processato e i suoi avvocati sono ormai divenuti speaker televisivi. Craxi aveva la Lega e Feltri e l’Indipendente e l’Msi che lo insultavano quotidianamente definendolo “cinghialone”, Berlusconi, che di Craxi è stato amico e anche finanziatore, è difeso ad oltranza da costoro. I golpisti del 1992 erano Borrelli, Di Pietro, De Bededetti. Quelli di oggi sarebbero il mite Casini, il suo alleato Fini, magari Bocchino col traditore Guzzanti. E’ credibile vedere Casini, che parla di un governo diverso, nei panni del generale Pinochet? E poi, cosa non trascurabile, Berlusconi gode ancora dei consensi di una parte maggioritaria degli italiani, nonostante i tentativi di coinvolgerlo in scandali diversi, anche grazie al potere di cui dispone, mentre Craxi, che nel 1992 aveva ottenuto appena il 13,7 dei consensi, aveva una popolarità in calo verticale e con lui Forlani e Andreotti, anche a seguito di tangentopoli, senza un solo giornale o una sola televisione che prendesse le loro difese. Il fatto che allora come oggi ci si ritrovi con Di Pietro nei panni del Torquemada e con un giornale di De Benedetti, assai più debole rispetto ad allora, da una parte della barricata, mi pare troppo poco per parlare di singolare coincidenza. Il golpe in Italia non c’è, come non c’è una questione di libertà di stampa. C’è invece un questione di democrazia: partiti senza congressi, elezioni senza preferenze, un Parlamento eletto dai vertici dei partiti e molte regioni, come la Toscana, che si ritagliano una legge per le prossime elezioni con liste bloccate, una informazione politica televisiva fondata su tre salotti governati da tre persone. Come chiamarlo? Non è certo il miglior sistema democratico degli ultimi 150 anni.

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