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Cicero aveva un cece…

24 febbraio 2011 13.679 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Cicero derivava da cece. Cioè da un’escrescenza sul naso. E non era neanche il naso suo, ma quello di un suo avo, che aveva, come recita una vecchia canzone brasiliana, “un promontorio che ricorda Portofino”. Può essere che anche Cicero avesse un cece? Si chiamava Marco Tullio ed era nato a cento chilometri da Roma, in località Ponte Olmo (nel 106 avanti Cristo), frazione del Comune di Arpino (più o meno l’attuale Sora). Da qui il suo appellativo di Arpinate. Era sostanzialmente dunque un ciociaro e doveva parlare il suo perfetto latino con cadenza stile primo Manfredi. Divenne tutto: avvocato, uomo politico, letterato, filosofo. Fu questore, pretore, console, retore di unica professionalità. Qualcuno gli attribuì anche il “De Rerum natura” di un Lucrezio, che sarebbe stato niente meno che lui stesso da giovane. Divenne insomma Cicerone. Una sorta di Cavour, Giolitti, Andreotti ante litteram, ma assai più colto e raffinato di tutti e tre messi insieme. In politica un conservatore moderato, un uomo di scarsi principi universali, ma attento alla cosa pubblica come pochi. Ad essa dedicò la sua vita (e la sua morte), ma sempre con una certa flessibilità. Fu repubblicano convinto nel momento più critico della Repubblica, sventando e condannando a morte i congiurati di Catilina, attraversò, da nemico, poi da amico e poi da probabile congiurato, la fase di Caio Giulio Cesare, visse con animo diverso la transizione verso il principato. Fu pompeiano, ma contro Pompeo, col giovane Ottaviano contro Antonio, del quale fu nemico aspro dedicandogli le sue Filippiche, per le quali fu condannato a morte e orribilmente ucciso. Eppure fu anche filosofo raffinato. Prima epicureo, poi stoico, ma sempre moderato. Ad esempio contestava dell’epicureismo la credenza che gli dei non si occupassero di noi e l’astinenza dalla vita politica, dello stoicismo alcuni eccessi di vita e di pensiero. Amante di Platone, col suo amico Attico, trasferitosi ad Atene, tenne un fitto carteggio pubblicato nelle sue Lettere e ad Atene si recò personalmente proprio per visitare, tra le altre reliquie storiche, l’ Accademia di Platone. Confluì poi in una sorta di probabilismo, che è appunto la filosofia preferita da quanti non hanno certezze assolute, non seguono il vero, ma solo il verosimile. Amò i greci e da lì partì la sua curiosità per la filosofia, che i romani non prediligevano. Anzi, fu primo a scrivere una sorta di dizionario di lingua greco-latina, in cui venivano tradotti i principali concetti che i greci avevano coniato nel loro linguaggio filosofico. All’inizio, da giovane, fu anche coraggiosamente antitirannico. Come quando, appena diventato questore e fu inviato in Sicilia, se la prese col propretore, un certo Verre, scrivendo di tutto sul suo modo autoritario e anche sanguinario di governare. Lo costrinse al processo e dopo le sue accuse Verre dovette fuggire. Poi fu pretore e al Senato presentò la proposta di pieni poteri a Pompeo per risolvere la questione dell’Asia minore, alle prese con il problema militare di Mitridate. Fu poi console e cominciò ad occuparsi della sua gens. Cioè della classe dei nobili della periferia, di quelli che avevano proprietà agrarie e che lo avevano aiutato nella sua ascesa al potere. Lui era considerato un “homo novus”, una specie di rottamatore alla Matteo Renzi. Uno che diceva “E’ ora di rinnovare”. E anche “Basta con sempre gli stessi di prima”. Soprattutto nel periodo in cui la Repubblica, e non era la seconda italiana, era entrata in una fase di forte crisi. Sventò la congiura di Catilina (un uomo che finiva per A, come Rubi e Boccassini sono donne che finiscono per I) e le sue Catilinarie rappresentano lo stile di uno scrittore e di un oratore che fa della logica più stringente, ma anche della capacità di sintesi del pensiero, il suo lato forte. Magica la sua espressione per dare la notizia al Senato dell’avvenuta uccisione dei congiurati: “Vixerunt”. Sarebbe molto piaciuto a Giuseppe Verdi e alla sua esigenza, sempre prospettata al paroliere Piave, della cosiddetta “parola scenica”. La sua espressività per sintesi va richiamata anche in altri casi. Come quando, a fronte della guerra tra Cesare e Pompeo, disse: “Cedant arma togae” (Le armi cedano il posto alle toghe). Naturalmente non dovette essere lui a suggerire (via cellulare e sms) la famosa frase di Cesare sul Rubicone. Ma il dado era tratto. Sue invece le massime: “Il loro silenzio è un’eloquente affermazione” , “La fortuna è cieca”, “Le leggi tacciono in tempo di guerra”, “Se vogliamo godere della pace facciamo la guerra”, “Finchè c’è vita c’è speranza”. Non sua invece la frase “Mogli e buoi dei paesi tuoi” e neanche “Trenta giorni ha novembre con april, giugno e settembre…”. Quando c’era da commentare un fatto di grande rilievo immediato chiamavano Cicerone e lui in quattro e quattr’otto inventava la frase ad effetto. Davvero un mago. Una sorta di predicatore tivù del futuro. Anche i popolari amavano Cicero e lo svegliavano la mattina tardi come fosse un Marchese del grillo e alle domande emergeva il suo bel testone al balcone e lui se usciva con nuove preveggenti espressioni probabiliste del tipo: “Se son rose fioriranno”. Per via del suo probabilismo, poi, non sbagliava mai. Quando si mise dalla parte di Cesare, disse a un suo fedele: “E’ probabile che Cesare abbia ragione”. Quando si mise contro, quel tale gli rimproverò la sua prima collocazione e lui di rimando: “Non avevo torto. Avevo solo detto che era probabile”. Una specie di dirigente del vecchio Pci che sosteneva sempre di aver sbagliato in passato, ma solo perchè non c’erano le condizioni. Cicerone ebbe due mogli e alcuni figli e a una in particolare, non a caso di nome Tullia, fu particolarmente legato. Quand’ella morì si ritirò nella sua villa di Tuscolo e scrisse libri e trattati filosofici. Discettando sulla morte, sul dolore, sulla virtù, e anche riflettendo sul suicidio nonché sul senso d’impotenza di fronte all’abbandono. Ma le sue opere filosofico-politiche sono certamente il “De Legibus” e il “De Repubblica”. Sostanzialmente Cicero sostiene che esiste una legge universale, eterna, divina, da cui deve trarre origine la legislazione di ogni ordinamento politico (altro che gli dei che non esistono e si fanno solo gli affarazzi loro, cari epicurei) e che delle diverse forme di governo, monarchia, democrazia, oligarchia, nessuna da sola è la migliore. La migliore di tutte era la Repubblica romana perché le assommava tutte e tre. Dunque viviamo nel mondo migliore possibile parafrasando Leibniz? E dopo? Dopo la fine della Repubblica, dopo l’avvento di Cesare,  soprattutto di Augusto? Un vero casino. Come quando un vecchio affezionato dirigente della prima Repubblica si trovò a fronteggiare la seconda. Dove mettersi, con chi, per cosa? Divenne un tragico problema. Cicero anche lui ondeggiò. Ma certo non fu mai con i tiranni e chi offendeva la legge del Senato ridotto poi a ornamento inutile. Tentò di appoggiare Ottaviano contro Antonio, e firmò la sua condanna a morte. Fu troppo netto e poco probabilista, almeno stavolta. Scrisse le Filippiche, come quelle di Demostene che le aveva scritte contro Filippo II di Macedonia, e le indirizzò contro Antonio, che era piuttosto suscettibile. Il giovane Ottaviano si alleò con Antonio costituendo con Marco Emilio Lepido (al quale noi reggiani dobbiamo tanto) il secondo triunvirato. Il primo, che andò a finir male, era costituito da Cesare, Pompeo e Crasso. “Il triangolo no”, avrebbe cantato più tardi certo Renato. Avergli dato retta… Cicero subì la condanna a morte e venne rintracciato nel 43 avanti Cristo a Formia dai sicari di Antonio, che lo uccisero tagliandogli la testa e le mani. E i suoi arti vennero esposti in Senato dove ancor oggi potrebbero essere rintracciati assieme ai ritratti dei presidenti, da Spadolini a Schifani, dei quali vengono ricordati graficamente l’adiposo ventre coniugato col forattiniano pisello e il capello unico e trasversale. Di Cicero, invece, dimenticarono il cece…

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