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Un Principe senza princìpi…

18 marzo 2011 1.002 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

D’accordo, c’erano già stati Platone e Aristotele che avevano trattato la politica attraverso la filosofia e poco prima era comparsa l’Utopia di Tommaso Moro (o Thomas Moore, perché già allora si italianizzavano i nomi stranieri come diventerà obbligatorio durante il fascismo). L’Utopia di Moro è il contrario del Principe di Machiavelli. Però almeno Machiavelli è coerente. Moro vi dice: vi propongo un’isola felice dove tutto è magnificamente virtuoso, però è pura utopia. Machiavelli vi dice: io invece, vi propongo, terra terra, come un principe può arrivare al potere, mantenerlo o invece perderlo. E lo faccio sulla base dell’esperienza. Mica dei sogni. Moro era un umanista e politico anglicano, che fini i suoi giorni con la testa tagliata per non essersi sottomesso al re, Machiavelli era un potente amministratore fiorentino che subì l’esilio in patria per aver contrastato il principe Medici, del quale poi tenterà di accattivarsi la benevolenza, senza però riuscirci. L’ Utopia di Thomas altro non era che la definizione di una città ideale dove era vietata la proprietà privata (una sorta di socialismo ante litteram), dove esisteva la massima libertà e il lavoro di sole sei ore al giorno, la giustizia infinita e la tolleranza religiosa. Un’utopia che infiammerà l’ottocento e il novecento, ma che per il momento non convinceva neppure chi l’aveva prospettata. Eppure per parlare di politica come “arte di governo” bisogna aspettare lui, il grande Niccolò Machiavelli, re dei cinici per alcuni, re dei pragmatici per altri, precursore di tanti comportamenti del futuro per altri ancora. L’unico moderno che l’ha seguito ed esaltato davvero pare essere stato Andreotti che è diventato curvo sul suo Principe. Se i Medici non fossero andati al potere nella sua città, Niccolò sarebbe rimasto un importante dirigente dell’amministrazione di Firenze e certamente il Principe non l’avrebbe scritto mai. Si dedicò al suo capolavoro nel 1513 (scrisse anche “I Discorsi” dove sviluppò una tendenza repubblicana e liberale) nella campagna fiorentina, dove i Medici l’avevano costretto a risiedere, con una sorta di esilio in Comune. E lo scrisse proprio per tentare di risolvere il conflitto dedicando il libro a Lorenzo, giovane dal futuro assicurato, e proprio mentre un altro Medici, col nome di Leone X, saliva al soglio pontificio. Tiene i piedi per terra il nostro e narra per primo l’arte del potere. Descrive la politica per quel che gli appare: un rapporto coerente tra il fine e i mezzi. Tenendo presente che non è detto che essere amato dal popolo sia meglio che essere temuto. Forse l’ideale sarebbe d’essere amato e temuto insieme. Ma poichè non è possibile il principe è meglio sia temuto senza per questo essere odiato. Anche perché l’odio popolare induce al serio rischio di perdere il governo. Si sa che Machiavelli è stato ricordato soprattutto per quel suo “il fine giustifica i mezzi”, ma mai citazione è stata così abusiva. Machiavelli quella frase non l’ha mai pronunciata né tanto meno scritta. Per cogliere bene il suo spirito sarebbe meglio dire “I mezzi siano utili per raggiungere il fine”. Eppure egli è stato forse il teorico politico più citato, assieme a Carlo Marx. E spesso anche da uomini che citando Machiavelli intendevano rifarsi a chi la sapeva lunga, non certo al padre della teoria più spregiudicata. Se sfogliassimo tutte le relazioni degli uomini politici italiani della Repubblica, troveremmo che Machiavelli è forse anche più citato di Marx. Perchè quest’ultimo è richiamato per le sue teorie economiche e le sue idee di socialismo e di comunismo, mentre Machiavelli è ricordato come fautore di teorie politiche che hanno trattato di tutto, anche di psicologia umana. Ho sentito con le mie orecchie da leader politici di ieri citare, a proposito di attentati alla loro leadership da parte delle minoranze del loro partito, la mirabile avvertenza di Machiavelli: “Le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina i coniurati”. Solo Machiavelli, a proposito del governo del principe, parte dal presupposto che sia meglio un governo popolare che un governo tirannico non per questioni morali, ma perchè garantisce più stabilità e meno rischi. E ancora: il mezzo scelto deve essere quello più coerente e adeguato. Non c’è un mezzo assoluto buono e uno cattivo. L’unica cosa che serve, il minimo comun denominatore, è la forza. La forza anche nel caso di una repubblica democratica. Perché occorre il consenso popolare. E per ottenerlo bisogna mettere mano alla propaganda e siccome gli uomini sono egoisti e pensano solo al loro possibile beneficio, occorre una propaganda efficace e astuta. Quest’idea che la società civile è ben peggio della società politica la trovo illuminante. Così come l’individuazione dell’astuzia come virtù che la si trova qui in Machiavelli per la prima volta come scienza del successo. E la propaganda come arma per conquistare il popolo (dunque per lui non era senza significato e conseguenza la proprietà della propaganda). Si tratta di due questioni di assoluta modernità. Togliatti pensava al Pci come a “un partito astuto” e tutta la teoria del leninismo è permeata anche dalla tattica rapportata alla strategia (che differenza c’è col rapporto tra fini e mezzi?) e la tattica deve sempre essere coerente coi fini (cioè con la strategia) e dunque astuta. In grado di convincere le masse. Machiavelli comunista? In un certo sì. Almeno per ciò che riguarda i mezzi. E forse un pò anche per il valore che attribuisce alla propaganda. E se per Bernstein il fine è nulla e il mezzo è tutto, allora crucifige dai cultori del marx-leninismo così attenti a un fine che non si vede, ma soprattutto giustificatori di un mezzo spesso moralmente discutibile. Machiavelli apprezzava Cesare Borgia, che era il contrario di quel che si definisce “uno stinco di Santo”, perché riusciva sempre a raggiungere i suoi scopi. Aveva conquistato terre allo Stato pontificio di Papapapà Alessandro, aveva probabilmente ucciso il fratello più amato da Papi (ogni riferimento a personaggi d’attualità è puramente casuale), aveva saputo reggersi sempre in piedi nonostante tanti tentativi di eliminarlo. Ecco un esempio, pensava Machiavelli, forse un po’ troppo machiavellicamente, di come il potere lo si può conquistare e difendere. Diciamo che Machiavelli ha avuto almeno un grande pregio. Ha evitato l’ipocrisia della doppia morale. E’stato il cultore di ciò che molti hanno praticato senza dirlo, anzi sostenendo esattamente il contrario. Il giustificazionismo: prendiamo, lo abbiamo già sottolineato, l’assurda contrapposizione tra tattica e strategia, quell’altra altrettanto ipocrita teoria della transizione (durante un processo storico c’è sempre un momento in cui puoi concederti crimini per difendere lo Stato, sia la dittatura del proletariato, cioè del partito, per i comunisti, sia il colpo di stato militare per gli anticomunisti, o l’emergenza per i democratici). La fase dello stato di necessità. E Machiavelli riappare, lì, silente e ipocritamente. Perché poi si promette subito dopo un mondo migliore, che quasi mai arriva. Quante volte gli uomini di potere hanno agito tenendo presente il suo proclama, ma non l’hanno mai confessato. Anzi hanno sempre sostenuto il contrario. E cioè che non si rifacevano al Principe, ma ai princìpi. In Italia la Dc voleva una società democratica e cristiana, ma poi gestiva con spregiudicatezza gli enti di stato e i servizi segreti, il Pci inseguiva l’eguaglianza, ma poi sapeva districarsi assai bene nel processo di manipolazione delle masse e anche di falsificazione della realtà (propagandando che in Urss c’era il paradiso e non l’inferno), il Psi parlava di socialismo liberale e gestiva a volte assai spregiudicatamente il potere nazionale e locale e via dicendo. Ecco, Machiavelli, trasformando in virtù i vizi, almeno diceva la verità.

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