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Rieccolo

13 luglio 2012 1.562 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non capisco perché si stupiscano. Berlusconi annuncia la sua sesta discesa in campo. La prima fu nel 1994 e son passati ben diciotto anni (Clinton era un giovane presidente degli Usa, Roberto Baggio impazzava nei campionati mondiali negli Usa nell’Italia di Sacchi, Indurain vinceva ancora il Tour de France e l’Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli con l’eroe Di Pietro più che mai nelle vesti di piemme televisivo). Berlusconi era l’imprenditore di Arcore, che aveva conquistato l’etere e anche la Champions col suo Milan, era l’amico di Craxi, ma mai stato socialista, era l’uomo nuovo della politica colpita al cuore dal Pool Mani pulite. Era la risposta alla falsa rivoluzione giudiziaria. Era l’antipolitica che prevaleva sia sulla vecchia politica sia sulla gioiosa macchina da guerra occhettiana, che intendeva premiare gli ex comunisti. Ha avuto l’innegabile merito di scendere in campo, di coprire un’area politca rimasta orfana e di rispondere a un sentimento allora diffuso, sconfiggendo, dopo tre mesi dal parto, una coalizione che pareva sicura di vincere contro nessuno. Poi l’avviso di garanzia durante il vertice di Napoli, il “tradimento” di Bossi, il testimone lasciato a Dini (che da allora è passato tre volte da una coalizione all’altra), le elezioni anticipate del 1996 vinte da Prodi e tutto il resto che andò come sappiamo, fino alla sua sostituzione con Monti, dopo la terza vittoria elettorale, quella del 2008, frutto dell’ennesimo governo incapace di governare. Sembrava morto, trafitto dai suoi Bunga Bunga, dalle sue forse un pò troppo frequenti indagini giudiziarie, dalle liti della sua maggioranza e anche del suo partito. Passando il testimone al giovane Alfano qualcuno aveva creduto che il Berlusca sarebbe finito all’isola Bora Bora a godersi la sua vecchiaia con affascinanti esemplari indigene. E invece rieccolo lì, autocandidato a premier per il Pdl o come cavolo si chiamerà il nuovo partito del suo nuovo annunciato predellino. A dimostare che senza di lui il partito sparisce e con lui il partito vive. Capace di moltiplicare i pani e i pesci, Berlusconi si autosantifica ritenendosi l’unico (gli altri sono mezze cartucce, dunque) in grado di competere sul terreno elettorale. Il dramma è che forse ha ragione. Non importa il fallimento del suo governo, non importano le arcorine, le beffe di Merkel e Sarkozy, non importano le promesse ad Alfano, quel che importa è che il partito resta di sola sua proprietà. E après lui le dèluge. Perchè stupirsi d’una ovvietà, dunque?

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