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Meuccio Ruini, un costituente spesso dimenticato (l’intervento di Del Bue in occasione della cerimonia alla Camera dei deputati, 31 ottobre 2012)

31 Ottobre 2012 2.611 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

È certo titolo di merito questa pubblicazione a cura di Ercole Camurani e Roberto Marcuccio, che propone l’inventario analitico dell’archivio e bibliografia degli scritti di Meuccio Ruini consegnati dalla famiglia in due fasi alla biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Mi viene innanzitutto spontaneo sottolineare la bellezza di una politica da consegnare ai posteri, quando i suoi massimi esponenti scrivevano tutto per tramandare riflessioni e memorie, come del resto era consolidata abitudine di personalità del calibro di Pietro Nenni e Giuseppe Romita, che tenevano diari quotidiani.E pensare alla profondità degli studi, delle ricerche, del rigore etico e scientifico dell’immenso materiale che a noi viene consegnato da una figura come Meuccio Ruini, reggiano nato nel 1877, non può che destare qualche rimpianto. Questo mi spinge a quattro brevi considerazioni sul personaggio. La prima riguarda una certa qual dimenticanza che in passato è stata riservata a Meuccio Ruini anche da parte della sua città. Di lui non si poteva certo ignorare il ruolo svolto nella commissione dei 75, della quale venne eletto presidente, per varare la carta costituzionale. Eppure ogni volta che si è ricordata quell’esperienza sono stati citati altri nomi. E spesso omesso il suo. Ruini aveva varcato la soglia dell’Assemblea costituente, con le elezioni del 2 giugno del 1946, grazie al suo Partito democratico del laoro, d’ispirazione liberaldemocratica, promosso anche da un vecchio riformista come Ivanoe Bonomi che fu in due diverse fasi presidente del Consiglio. Da Reggio Emilia erano partiti per quell’avventura, che istituiva il primo presidio democratico e repubblicano dopo il ventennio fascista, anche Giuseppe Dossetti, Nilde Iotti e Alberto Simonini. Si tratta di personalità di rilievo nel panorama politico e istituzionale italiano. Forse nessuno come Ruini, però, merita il riconoscimento d’essere stato protagonista della Costituente e della stesura del dettato costituzionale. Questo penso gli debba essere pienamente e ovunque riconosciuto, anche se certo a lui non ha giovato, ai fini della valorizzazione dell’alta funzione esercitata, l’adesione a una cultura tradizionalmente minoritaria in Italia e anche a Reggio Emilia. La cultura di Meuccio Ruini, e questa è la seconda considerazione, che deriva da un lato dall’adesione ai valori del Risorgimento e a quella, strettamente connessa con i valori richiamati, delle logge massoniche delle quali egli divenne un interprete tra i più prestigiosi, è quella liberaldemocratica o radicaldemocratica. Ruini, che si chiamava allora Bartolomeo, Giacomo, Gaetano, Maria e che poi forse per amore di sintesi, cambiò il suo nome nel solo Meuccio, era nato a Reggio Emilia nel 1877, a soli sette anni di distanza dalla Breccia di Porta pia e a dieci dalla conquista delle Venezie. I miti di Garibaldi e di Mazzini erano ben presenti nel cuore della sua generazione e influenzarono anche il primo socialismo italiano, un socialismo atipico, per metà anarchico e per metà umanitario, non marxista, dove anzi la barba di Marx assomigliava sempre a quella dell’eroe del due mondi. Ruini visse nella Reggio Emilia già seminata dall’apostolato laico di Camillo Prampolini, un socialista che preferiva parlare di Gesù piuttosto che delle lotta di classe e che, quando Ruini venne assunto come funzionario del Ministero dei lavori pubblici a Roma, nei primi anni del Novecento, aveva già creato cooperative, leghe e case del popolo, conquistato e amministrato decine di comuni, fondato settimanali e anche un quotidiano e da dieci anni era divenuto deputato. Il rapporto di Ruini col socialismo reggiano, ed è la terza considerazione, fu alterno. Il Psi lo appoggiò alle elezioni provinciali del 1905, contro un candidato liberale, ma non l’appoggiò in quelle del 1910, quando Ruini venne eletto. E soprattutto gli fece mancare il sostegno alle politiche del 1913, quando Ruini si candidò nel collegio che era stato del radicale Basetti e poi del liberale Cipriani, e cioè quello di Castelnovo Monti. A tal punto che contro di lui si candidò, senza risultato, lo stesso Camillo Prampolini che dovette cedere alla supremazia ruiniana. I socialisti rimproveravano a Ruini quel che oggi potrebbe essere definito clientelismo, dato il suo incarico al Ministero del lavori pubblici e il rapporto spesso produttivamente instaurato con gli amministratori  e gli imprenditori reggiani. Eppure Ruini, che confessò il motivo di fondo per cui non divenne socialista, e cioè la sua contrarietà alla teoria della lotta di classe e alla prospettata socializzazione dei mezzi di produzione, riconobbe, in una pubblicazione da lui stesso curata, i meriti del riformismo reggiano e di Prampolini in particolare, che viene così da lui descritto: “Gli hanno attribuito un aspetto stoico, ed altri di Nazareno e cristiano, Biancheri, presidente della Camera, lo definì apostolo, Giustino Fortunato un profeta, Lombroso un santo. Non bisogna farne una figura mistica e quasi celeste, ma questo ometto aveva qualcosa di umano che agiva sul sentimento e trascendeva gli interessi materiali” . Ruini aveva scelto la sponda radicale, fu interventista e partecipò personalmente alla prima guerra  mondiale poi, nel 1919, venne rieletto alla Camera da una lista che si chiamava Rinnovamento. Col governo Orlando è sottosegretario e con quello di Niti, nel 1920, diventa per la prima volta ministro. Durante il fascismo è tra i firmatari del manifesto di Giovanni Amendola e dopo la caduta del fascismo è ancora ministro dei governi  Bonomi e Parri. Poi è senatore di diritto nel 1948. Così, e questo è l’ultimo ricordo che vorrei tratteggiare, quando la battaglia per la riforma elettorale infuriava e la sinistra, e Nenni in particolare, la prospettavano come una truffa e un impedimento all’apertura a sinistra, nei giorni caldi della sua approvazione definitiva al Senato, dopo le dimissioni di Giuseppe Paratore, e il rifiuto di Luigi Gasparotto, si pensò a lui, al vecchio combattente Meuccio Ruini, gravato dal peso dei suoi 76 anni, ma non ancora privo di ardore e devozione per la causa repubblicana. Ruini sapeva anche dire di no. L’aveva fatto con Mussolini quando l’uomo della Provvidenza gli aveva proposto il ministero del Tesoro. L’aveva fatto con De Gasperi quando gli era stata addirittura ventilata un sua vice presidenza del Consiglio. Così quando il 24 marzo del 1953 gli venne offerta la presidenza del Senato, con l’esclusivo compito di fare approvare definitivamente la nuova legge elettorale e di chiudere la legislatura, non accettò certo per amore del potere. Il potere era in quel caso davvero transitorio ed effimero. Il tempo necessario per chiudere Palazzo Madama. Era un altro servizio il suo, al quale non poteva negarsi. Il suo discorso di insediamento fu breve. “Rivendico “ egli disse “la parte che ho avuto nei lavori della Costituente e farò di tutto perché la Costituzione abbia pronta e adeguata applicazione. Questa non è una normale cerimonia d’insediamento. E’ per me e anche per voi un esame di coscienza. Sento l’enorme responsabilità del mio ufficio e sento il dovere di dirigere i lavori dell’assemblea secondo le norme del regolamento e le esigenze della funzionalità parlamentare. Affronto quest’ora con la stessa fermezza con la quale andai sul Carso”. Dovette affrontare i tumulti che seguirono la richiesta del voto di fiducia da parte del governo. Il trambusto crebbe a tal punto da generare percosse e aggressioni personali. Anche Ruini fu colpito da una tavoletta alla tempia sinistra, riportando una forte contusione. Come scrive Franco Boiardi, l’un intellettuale e deputato reggiano che tanto ha lavorato per la valorizzazione e il ricordo di Meuccio Ruini, quest’ultimo giudicava eccessivo il premio di maggioranza previsto dalla legge, e tuttavia fece fino in fondo la sua parte. Ma rimase colpito, non solo fisicamente, da quell’aggressione subita. Rifiutò una candidatura che gli era stata proposta dalla Dc e ritornò ai suoi studi. Ove sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni se Adone Zoli, nel 1957, non gli avesse proposto la presidenza del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e il presidente Segni nel 1963 non lo avesse onorato con la nomina di senatore a vita. E Ruini ottantacinquenne, ubbidì ancora.   .

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