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Le tre leggi di Renzi

3 gennaio 2014 499 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Tre è numero perfetto. Tre sono gli enti della Trinità, tre gli enigmi di Turandot. Maestro nell’arte di comunicare anche Matteo Renzi non poteva rifarsi a un numero diverso. Così nella proposta di modifica elettorale egli ha ipotizzato tre leggi deponendole sul piatto del confronto con gli altri partiti. Da quel che si può capire il segretario del Pd intende aprire una discussione con tutti, non necessariamente limitandola ai partiti dell’attuale maggioranza, e questo appare al momento il problema più rilevante. Ma veniamo al merito delle tre proposte renziane. La prima è quella relativa alla ripresa del modello spagnolo corretto con un premio di maggioranza. Il modello spagnolo si fonda su un metodo proporzionale, imperniato su collegi molto piccoli, senza recupero nazionale e tali da innescare un implicito sbarramento molto alto, certo superiore all’8-10 per cento. Tale sbarramento implicito favorisce il bipartitismo e non umilia le liste regionali particolarmente robuste. A tale sistema Renzi vorrebbe anche aggiungere un premio di maggioranza. Ahimè. Sarebbe un ulteriore colpo alla logica democratica delle rappresentanza e forse anche un implicito venir meno alla sentenza della Corte su questo argomento. Un sistema spagnolo che diventa spagnolismo, dunque. E forse anche incostituzionale. La seconda proposta di Renzi è relativa al ripristino del Mattarellum, ma senza recupero proporzionale e con un ulteriore premio di maggioranza. Si tratterebbe di introdurre dunque l’uninominale secco, a un solo turno, bocciato dal referendum del 1999, e per di più di renderlo ancora più secco con un premio di maggioranza al primo partito. È una soluzione, che presa per intero, può anche portare al bipartitismo, ma più probabilmente alla nascita di liste che comprendono più partiti. Più che bipartitismo nascerebbe il bi-listismo, se la parola ci è consentita. E il premio di maggioranza a questo punto sarebbe o inutile, perché con l’uninominale secco è implicito che una lista vinca, ma anche ulteriormente premiante. Un metodo questo più inglese dell’inglese, più rigido dell’americano. Renzista, dunque. Senza gli attuali partiti e con due candidati, uno che vince e uno che perde. Probabilità di essere approvato, dunque, zero virgola zero. Nessuno credo voglia per sé la fine del tacchino a Natale. Ultima e terza proposta, credo quella vera, è il sistema elettorale dei sindaci. Cioè un doppio turno per chi non prende la maggioranza al primo. Con un premio di maggioranza limitato. Solo che la legge elettorale dei sindaci implica l’elezione diretta dei primo cittadino e non si capisce se Renzi voglia l’elezione diretta del presidente del Consiglio che la sua proposta di riforma costituzionale invece non contempla. Senza l’elezione diretta del premier, la legge dei sindaci è infatti una legge proporzionale, almeno nei comuni superiori ai 15mila abitanti. E il calcolo della vittoria al primo turno o il successivo passaggio al secondo non dovrebbe essere fatto sui voti raccolti dal candidato presidente, che formalmente non esiste oggi e non esisterebbe neanche domani senza riforma costituzionale, ma sulla coalizione. Un sistema questo poco renziano. Che dovrebbe fare i conti sia con la riproposizione delle attuali coalizioni, ma anche col problema della governabilità. Non è detto infatti che premi di maggioranza ottenuti nei singoli collegi la risolvano. A meno di non prevedere anche in questo caso un unico premio di maggioranza nazionale, che però potrebbe, anche in questo caso, essere vanificato dalla sentenza della Corte. Queste sono le prime considerazioni alle proposte di Renzi. Sia ben chiaro, riconoscendo al segretario del Pd il coraggio e il tempismo della proposta, anzi delle proposte. Tre come i triunviri romani. Che precedettero la nascita dell’impero. Di Matteo Cesare Augusto?

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