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Renzi e la verità… tra quindici giorni

7 febbraio 2014 643 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Abbiamo sempre apprezzato il nuovo segretario del Pd per la sua sfrontatezza. Che può essere un pregio per una classe politica generalmente dotata di scarso coraggio e in una situazione che richiede scelte decise. Dal suo discorso tenuto in direzione emergono però alcuni punti oscuri e qualcosa di non chiaro e non detto che merita di essere ripreso. Intanto é assai discutibile quel sostenere che non é la legge elettorale che favorisce vittorie e sconfitte. Vero in generale. Falso in particolare. Le tendenze elettorali sono formate da fattori diversi, ma la legge elettorale può influenzarne il flusso. Pensiamo alla logica del premio di maggioranza che certo condiziona la polarizzazione del voto. Pensiamo allo sbarramento che introduce la logica del voto utile. Come si può affermare che una legge come l’Italicum sia neutra rispetto all’andamento del voto? I piccoli partiti saranno ad un tempo utili per conseguire la vittoria e però puniti. Forse, e secondo i sondaggi è così, perfino decisivi e paradossalmente bastonati. Si escogiteranno altre tecniche di salvaguardia formali e anche sotterranee. Berlusconi, che in questo è maestro, avrà già in mente l’idea di presentare liste a supporto e pagarle con candidature blindate in Forza Italia. Renzi che farà? Continuerà a ritenere utile lo sterminio dei piccoli, proclamato con enfasi da qualche suo adepto in tivù?

Renzi sostiene che il suo Pd ha sempre appoggiato il governo Letta. Oddio, francamente non ce n’eravamo accorti. É vero che non gli ha mai votato contro. Lo ha incalzato, spesso criticato per la lentezza, lo ha di quando in quando anche provocato. E dopo l’esplicito invito che gli è stato rivolto da più parti di assumere egli stesso la guida del governo, Renzi non poteva cavarsela con la battuta sul governo che deve decidersi se rimpastarsi o meno. Avrebbe potuto negare esplicitamente qualsiasi ipotesi di sua successione a Letta e appoggiare esplicitamente quest’ultimo come unico capo dell’esecutivo. In fondo mettendosi in piena sintonia, su questo, col capo dello Stato. Nella replica, a sorpresa, ha dato appuntamento fra quindici giorni. Per decidere cosa fare. Proseguire, appoggiare ancora il governo, andare alle elezioni. Le recenti tensioni al Senato, dopo la decisione di Grasso di costituirsi parte offesa nel processo sulla compravendita dei senatori, gli deve avere rizzato le orecchie.

Si è parlato del nuovo Senato. E sono state avanzate ipotesi alquanto discutibili. Si è accennato a un nuovo Senato, senza elezione diretta, a 150 componenti a prestazione gratuita, con i sindaci in stragrande maggioranza, i governatori delle regioni e una quota ristretta di nomina da parte del presidente della Repubblica. A voler essere cattivi diamo per scontato che Renzi, segretario del Pd e probabile capolista alla Camera, sia anche sindaco di Firenze e dunque senatore. Se gli vanno bene le elezioni sarà anche presidente del Consiglio. Siamo certi che Renzi non pensi alla moltiplicazione dei suoi incarichi, ma al bene della nostra democrazia. E dunque gli rivolgiamo altri due interrogativi. Ma a cosa serve un Senato del genere? Quali competenze dovrebbe avere? Silenzio. E poi, Renzi credo lo sappia che per riformare la legge elettorale anche del Senato bisogna cambiare l’articolo 57 della Costituzione che prescrive che “il senato della Repubblica è eletto a base regionale”. Dunque bisognerebbe fare prima una legge costituzionale per riformare il Senato e poi la legge elettorale della Camera. Perché si è scelta un’altra via?

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