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Quando c’era Berlinguer, ma anche Craxi

21 marzo 2014 494 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il film del creativo Veltroni, presentato in occasione del trentesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, ha aperto un confronto sulla figura del leader comunista. Anche noi rimpiangiamo un’epoca in cui le personalità politiche erano del livello di Enrico Berlinguer, al quale sono da attribuire importanti azioni politiche, su tutte lo strappo da Mosca, ma ancor prima il dialogo coi cattolici e i democristiani, già presente per la verità in Togliatti, in funzione di una politica di unità nazionale. Noi eravamo socialisti e siamo convinti di aver avuto ragione. Lo eravamo da ragazzi, quando ancora il Pci di Longo non aveva preso le distanze da Mosca, lo eravamo perché non abbiamo dovuto aspettare la prima timida dissociazione per “l’intervento sovietico in Cecoslovacchia” del 1969, per comprendere la natura del sistema comunista.I nostri genitori la rottura l’avevano già praticata nel 1956 in occasione dell’aggressione all’Ungheria e Saragat al paradiso sovietico non aveva mai creduto. Lo eravamo perché, contrariamente al Pci, appartenevano all’Internazionale socialista, come il partito di Willy Brandt, e perché davamo un giudizio positivo sul centro-sinistra, che aveva regalato agli italiani riforme quali la scuola unica dell’obbligo, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma agraria, quella sanitaria, e stava operando per approvare lo statuto dei lavoratori e le regioni. Mai nella nostra storia c’era stata e ci sarà un’analoga stagione di cambiamento. Eravamo socialisti perché in Cile come in Cecoslovacchia stavamo dalla parte di chi combatteva per la libertà, ed eravamo convinti che all’Italia non servisse il compromesso storico, ma un’alternativa socialista di stampo europeo. Eravamo socialisti perché combattevamo in prima fila la battaglia sui diritti civili grazie a Loris Fortuna, a braccetto coi compagni radicali, ed esultammo per la magnifica vittoria del referendum del 12 maggio 1974, che era in fondo una vittoria nostra.

Eravamo poi craxiani, io lo ero già da ragazzo quando Nenni e Craxi erano in minoranza nel Psi, perché non sopportavamo la subalternità dei socialisti al Pci e quel “mai più al governo senza i comunisti” del 1976, e sognavamo un socialismo democratico forte come quello europeo. Siamo stati socialisti del nuovo corso, a partire dal Midas, e abbiamo contestato il Pci perché conservatore di dogmi e miti del passato. Lo abbiamo fatto appoggiando il leader socialista nel suo affondo contro il leninismo e sulla grande riforma delle istituzioni, sul caso Moro per l’iniziativa umanitaria, sulla governabilità e sulla presidenza socialista, mentre Berlinguer e il Pci contrastavano ogni nostro sforzo di innovazione, non comprendevano e si allarmavano alla sola idea di una revisione costituzionale, gridavano al crucifige della parola “riformismo” della quale ci appropriammo a pieno titolo dal congresso di Palermo del 1981. Berlinguer era già passato dal compromesso storico all’alternativa, appoggiava l’occupazione della Fiat e il referendum sulla scala mobile, sosteneva le marce contro i missili a Comiso. Noi eravamo dalla parte opposta e anche in questo caso ci avrebbero dato ragione più tardi.

Eravamo orgogliosamente socialisti quando vincemmo il referendum del 1985, quando il governo Craxi si gettò nell’operazione Sigonella, quando contrastò gli americani anche per Tripoli e il Psi appoggiò la giusta causa di una patria per i palestinesi e quella altrettanto giusta della sicurezza di Israele. Lo eravamo forse ancor di piu per le intuizioni di Martelli sui meriti e bisogni del 1982, per i referendum vinti sulla giustizia e il nucleare del 1987. D’altronde noi crescevamo e il Pci calava. Sbagliò Craxi a giustificare i fischi a Berlinguer al congresso di Verona del 1984, sbagliò, non c’è dubbio, Craxi a sottovalutare in seguito tutti i fenomeni degenerativi della politica italiana, e soprattutto le conseguenze politiche della caduta del comunismo e del Muro. Ma siamo già al dopo Berlinguer.

Quel che fece Occhetto non fece Berlinguer, ma anche Occhetto dovette aspettare che il comunismo uscisse di scena dall’Europa per espungerlo dall’Italia. Continuo a ritenere più rilevante la trasformazione del Pci avvenuta per iniziativa di Togliatti, che seppe trasformare un piccolo gruppo di rivoluzionari di professione in un grande partito di massa. Berlinguer ne continuò la politica adeguandola ai tempi e la rottura con Mosca fu a mio avviso perfino tardiva. I figli di Togliatti, senza comunismo, divennero riformisti e socialisti, quelli di Berlinguer hanno fondato il Partito democratico.

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