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Quegli ultras e noi

4 maggio 2014 2.667 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

L’Italia va rivoltata come un calzino. Su questo Renzi ha pienamente ragione. Anche le norme sulla sicurezza negli (sarebbe meglio dire attorno agli) stadi vanno riviste. Dopo sei anni dall’entrata in vigore del decreto Amato che istituiva l’obbligo di biglietti nominativi, di tornelli, di steward, di videosorveglianza, e poi, dopo l’introduzione successiva della maroniana tessera del tifoso, siamo daccapo. Anzi siamo messi peggio di prima. L’Italia è un ossimoro. Una evidente contraddizione. Dopo gli scontri sanguinosi di Roma questo è venuto ancor più alla luce. Vediamo perché.

1) In Italia, alla luce del luttuoso episodio Raciti, che è avvenuto fuori dallo stadio, si sono indurite le norme per accedere allo stadio. Dove, per la verità, anche senza queste norme non era mai successo nulla di drammatico dal 1979, morte di Paparelli all’Olimpico.

2) In Italia, anziché colpire i violenti, come in Inghilterra dove sono stati sciolti gli hooligans, si sono colpiti tutti gli sportivi. Col risultato che una repressione generalizzata ha determinato il paradosso, come scrive bene la Gazzetta dello sport, che negli stadi il rapporto numerico tra gli ultras e gli spettatori “normali” è oggi molto più squilibrato a vantaggio dei primi di quanto non lo fosse prima dell’introduzione di queste norme.

3) In Italia si continua a dialogare coi violenti in base alla stessa filosofia che ha caratterizzato la trattativa Stato-mafia. E cioè per evitare nuovi episodi violenti. Così si finisce per attribuire loro un ruolo sempre più fondamentale e un potere di condizionamento degli altri tifosi sempre più alto. Vedere le autorità che si recano all’ingresso della curva dei tifosi del Napoli per chiedere al capo ultras che portava una maglietta con scritto “Speziale libero”, arrampicato dove non si potrebbe, di dare inizio alla partita, è il segnale dell’impotenza dello Stato a fare rispettare le leggi.

4) In Italia, questo atteggiamento, che si è già verificato in altre occasioni, a Genova e a anche a Roma, testimonia come tutto il nostro sistema di regole sia ispirato alla logica di poter essere solo “forti coi deboli e deboli coi forti”. Ricordate la partita Italia-Serbia a Marassi? Non c’erano le regole tutte italiane da far rispettare? E che dire del fatto che in curva gli steward non ci vanno e che i tifosi possono mettersi dove vogliono e che, dunque, anche i biglietti nominativi non valgono nulla?

5) In Italia non si è voluto seguire il modello inglese e l’Inghilterra, dopo l’Heysel, era messa peggio di noi. Manderei i nostri a studiare quel modello per applicarlo qui. Sciogliere i gruppi del tifo violento, impedir loro di entrare negli stadi, che là sono stati popolati di famiglie e di bambini, questo è quello che gli inglesi hanno fatto. Non hanno praticato una comoda repressione generalizzata, che colpisce chi non c’entra nulla, ma una repressione mirata contro i violenti. Se uno spettatore lancia in campo qualsiasi cosa, viene individuato e arrestato. In Italia si squalifica un intero settore e non viene colpito il colpevole.

6) Le norme sulla sicurezza degli stadi vanno tutte abolite e rifatte, con la nuova logica. Bisogna ammettere che si è fallito. Anzi che le nuove norme hanno prodotto l’effetto opposto. Hanno espulso dagli stadi non i violenti, ma le persone per bene. E i violenti hanno oggi un ruolo sempre più attivo nel condizionare gli altri tifosi e anche le società, con ricatti e minacce continue. Che restano, chissà perché, sempre impuniti. Che rapporto c’è tra questi gruppi e la politica? Sarebbe bene approfondirlo. Altrimenti non caveremo un ragno dal buco.

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