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Ma è più attuale Berlinguer di Matteotti?

11 Giugno 2014 833 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Diciamo la verità. Lascia sbigottiti il comportamento della stampa, delle televisioni, dei gruppi dirigenti di quel che resta della politica. Al trentesimo della scomparsa di Berlinguer è stata riservata un’attenzione forse senza precedenti, il suo nome è stato addirittura invocato e reclamato dai due principali contendenti della campagna elettorale europea, a lui uno dei più alti dirigenti del Pd ha voluto addirittura dedicare un film. Al novantesimo dell’omicidio di Matteotti solo noi, sparuti reduci di una grande e purtroppo oggi dimenticata tradizione, abbiamo dedicato articoli e iniziative, richiamate quasi da nessuno.

Verrebbe dunque voglia di concludere che si ritiene più attuale la figura di Berlinguer di quella di Matteotti. Naturalmente non nego che la vicenda del primo si inquadri in una fase storica e politica che in molti hanno vissuto personalmente. Che insomma celebrare Berlinguer significa un po’ ricordarsi di una storia vissuta. Eppure c’è dell’altro, sicuramente. Vediamo sinteticamente di analizzare il messaggio politico e la fine dei due.

Enrico Berlinguer, figlio di un senatore socialista, da dirigente della Fgci diviene ancora relativamente giovane un esponente di rilievo nazionale del Pci, vice segretario unico di Luigi Longo, gli succede agli inizi degli settanta. Da segretario elabora la strategia del compromesso storico nel 1973 subito dopo il colpo di stato in Cile, convinto che non si possa governare col 51 per cento, ma solo in Italia a causa della presenza di un forte partito comunista. Sogna un eurocomunismo che non esiste, una terza via tra socialdemocrazia e comunismo insostenibile, considera conclusa la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre solo dopo il colpo di stato in Polonia del 1981. Rompe l’unità nazionale, dopo avere sostenuto la linea della fermezza durante il caso Moro, e si avventura in una linea di estrema intransigenza fino a sposare l’occupazione della Fiat e il referendum sulla scala mobile, esaltando il quale in un comizio a Padova muore improvvisamente a pochi giorni dalle elezioni europee del 1984.

Giacomo Matteotti, di famiglia agiata, si dedica alla battaglia per l’emancipazione delle plebi rurali del suo Polesine. Avvocato, riformista intransigente, nel 1921 sostiene le posizioni di Turati, si oppone al comunismo e al primo fascismo. Segue Turati, Treves e Prampolini nella fondazione del Psu, dopo l’espulsione dei riformisti su dictat di Mosca, e ne diviene primo segretario. Eletto per la prima volta deputato nel 1919, sferra con temerarietà i suoi colpi contro il fascismo prima con pubblicazioni poi col suo mirabile discorso del 30 maggio del 1924. Lo ammazzano come un cane per le sue idee e forse anche per la sua denuncia contro una losca storia di tangenti pagate a membri del governo e alla stessa monarchia da una società petrolifera. Al suo nome vengono dedicate brigate partigiane durante la lotta di liberazione e i suoi figli Matteo e Giancarlo ne continuano l’opera nei due partiti socialisti, Psi e Psdi, nel dopoguerra.

La vera motivazione dell’esaltazione dell’uno e della dimenticanza dell’altro non può essere fondata sull’attualità del loro messaggio. È più attuale il comunismo, sia pure in salsa italiana, del socialismo democratico? È più attuale l’eurocomunismo dell’eurosocialismo? È più attuale il comunismo democratico del riformismo? È più attuale chi volle il referendum di chi difese il patto antinflazione? E per l’altro. É più attuale chi si oppose alla scissione di Livorno o chi la volle, e più attuale chi esaltò o chi contestò il mito dei soviet, chi fu espulso dal Psi massimalista su ordine di Lenin a pochi giorni dalla marcia su Roma o chi decretò l’espulsione?

La figura di Matteotti è quella di un vincente, quella di Berlinguer no. Certo bisogna riconoscere al segretario del Pci la rottura, tardiva, con Mosca. Ma non lo strappo con la tradizione e l’identità comunista, che avvenne in Italia solo nel 1989, quando il comunismo era già sparito. C’è solo un motivo per esaltare Berlinguer e dimenticare Matteotti ed è proprio questa sì questione assolutamente attuale. Negare la spinta propulsiva della tradizione socialista italiana e affermare quella comunista. Per il Pd, dove pullulano i quadri con le foto di Berlinguer e di Moro, forse questa è anche una necessità.

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