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Il Jobs act resta una buona legge, ma il governo regala la Uil alla CGIL

24 Novembre 2014 845 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ci sono alcuni compagni afflitti da una tendenza al triplice salto. Contestano il segretario del Psi, dunque non sopportano Renzi, dunque si spostano sulle posizioni di Landini e Camusso. Si tratta di un salto triplo che li porta lontano. Prendiamo il Jobs act. Era tempo che i socialisti rivendicavano una legge del genere. Almeno dalla conferenza di Lisbona sulla flex security, poi dalla Costituente socialista, ispirata anche a Marco Biagi, vittima del terrorismo, poi con l’adesione alle tesi di Pietro Ichino, contestate dalla Fiom, la quale non a caso ce la siamo trovati contro anche quando il Psi si schierò per il sì al referendum Fiat. Dunque rivendico coerenza e continuità nelle mie prese di posizione sul nostro glorioso quotidiano. Si può sempre cambiare linea, ma non si può sostenere che coloro che stanno sui vecchi binari siano improvvisamente deragliati. Non capisco se anche quei pochi dei nostri che contestano il Jobs act ne hanno attentamente approfondito il merito e gli obiettivi o se invece sono solo influenzati dagli slogan che in tanti oggi declamano.

Tutta la polemica è stata portata sull’abolizione dell’articolo 18, anche il Corriere di oggi ne parla in questi termini. Orbene, per abolire qualcosa bisogna sottrarlo a chi ce l’ha. E invece chi oggi ha l’articolo 18 se lo tiene com’è. Dove sta allora l’abolizione? Gli obiettivi del Jobs act sono: l’abolizione dei contratti precari, l’unificazione del mondo del lavoro, la protezione di coloro che il lavoro lo perdono. Al primo punto é evidente che l’introduzione del contratto unico a tutele crescenti consente al datore di lavoro di avere quelle flessibilità necessarie per assumere senza il dovere di confermare, ma consente nel contempo all’assunto di avere, dopo il periodo di prova, l’assunzione certa e nel caso non venisse confermato di ottenere quegli ammortizzatori sociali che oggi sono riservati solo ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato.

L’unificazione con le stesse regole per i lavoratori delle aziende con più e con meno di 15 dipendenti era ormai nelle cose. Quando Brodolini pensò allo statuto dei lavoratori le aziende con meno di quindici dipendenti erano una minoranza. Oggi rappresentano il novanta per cento del totale e i lavoratori non protetti dallo statuto dei lavoratori sono così diventati la maggioranza. Li lasciamo così? Costoro, secondo il Jobs act, avranno invece applicato lo statuto dei lavoratori con una leggera modifica sui licenziamenti economici. Il terzo obiettivo è quello di stanziare risorse senza le quali il discorso sulla protezione dei lavoratori resta un sogno, ed è su questo, se non ho letto male, che la Uil di Barbagallo ha manifestato le sue fondate preoccupazioni. Legittime e condivisibili che però non sono sufficienti per dichiarare uno sciopero generale finendo per sposare l’impostazione della Cgil.

Su questo credo che il governo abbia compiuto errori non di poco conto. Innanzitutto mostrando incertezza e contraddittorietà sulle cifre a disposizione dopo il taglio imposto dall’Europa, tanto che ancora non sono chiare le cifre previste nella legge di stabilità. Poi non volendo o sapendo sviluppare quei rapporti di intenso e proficuo confronto, che avrebbero potuto rischiarare la situazione. È veramente incredibile che mentre la sinistra Pd canta vittoria perché ha introdotto non solo i licenziamenti discriminatori ma anche diverse fattispecie di disciplinari nell’articolo 18 dei nuovi assunti, la Uil si associ alla Cgil nel dichiarare lo sciopero generale. Non si può disdegnare il dialogo. Il ministro Poletti ha sbagliato a non intervenire al congresso della Uil. De Michelis parlava all’Alfa sud, subendo le più plateali delle contestazioni, ma parlava. Questo sottrarsi quando le cose non ti piacciono, che fa il paio con il non associare Renzi ai terremoti e alle alluvioni, non funziona. La crisi continua più grave di prima. E un governo, anche quando ha le migliori intenzioni, deve saper confrontarsi coi drammi e le contestazioni. La squadra di Renzi mostra invece evidenti crepe, dovute a un mix di inesperienza e di supponenza. Deve saper assumere anche il tratto drammatico e non solo quello gioioso. Altrimenti rischia di trasformare anche le migliori intenzioni in pessimi risultati. Ad aver regalato la Uil alla Cgil, ad esempio, non c’era riuscito nemmeno Berlusconi…

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