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Sì, è una guerra di civiltà

13 gennaio 2015 1.060 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Una bambina kamikaze, imbottita dai terroristi islamici di Boko Haran, esplode in Nigeria provocando diciannove vittime, un bambino di dieci anni spara a due uomini fatti prigionieri dall’Isis inginocchiati dinnanzi a lui. Internet è micidiale e tutto è diffuso sul web. Le donne yazide prese prigioniere e usate e vendute come schiave dai guerriglieri, dopo avere sgozzato gli uomini, prigionieri occidentali, ma anche arabi, a cui sono state mozzate le teste. In quale secolo viviamo? Di quante epoche siamo regrediti? Che mondo ci aspetta se non siamo consapevoli che questa è una guerra e va combattuta per i nostri valori, per i principi su cui si basa la nostra civiltà. Non parlo solo della civiltà occidentale, che pure ha prerogative per noi irrinunciabili, quali la democrazia, la libertà di opinione e di stampa, la separazione tra stato e religione che nelle teocrazie mediorientali non esiste. E anche quando questa separazione non è perfetta, come in Italia, giustamente noi ci lamentiamo, protestiamo e lottiamo per renderla più evidente. Parlo di tutta la civiltà, direi l’umanità, cristiana, musulmana, ebrea, buddista, non credente (perché ci sono anche i non credenti al mondo, che oggi paiono improvvisamente scomparsi nei giudizi), parlo del mondo che si contrappone a questo infame regime del più perverso e feroce oscurantismo.

Ripeto un concetto che a me sta molto a cuore. Quando affermo che si tratta di difendere la nostra civiltà preciso che mi riferisco alla civitas, la comunità in cui viviamo, perché é di per sé più avanzata di quella dominata dalla teocrazia, che magari nulla c’entra coi terroristi, ma che continua a ritenere la donna un essere inferiore e ad imporre i dettami di una religione nelle istituzioni dello stato. Tanto più che la nostra civiltà, magari anche con l’appoggio di queste teocrazie (penso all’Iran, ma anche per taluni versi alla Turchia, all’Arabia saudita soprattutto) deve oggi combattere una battaglia contro il terrorismo che è di matrice islamica, anche se combatte e uccide anche i mussulmani. Deve combattere cioè con confini di civiltà più larghi. Perché non siamo solo noi nel mirino e perché insieme è più facile vincere. Questi paesi tuttavia non possono agire sottobanco in modi diversi da quelli annunciati a parole. L’alleanza tra paesi democratici e teocrazie è possibile se queste ultime separano loro stesse dal terrorismo nel modo più deciso e convincente. Noi se confondiamo, senza capirla, la natura del conflitto faremo altri errori oltre a quelli già compiuti. Abbiamo lasciato massacrare duecentomila algerini in preda alla furia sanguinaria degli islamisti ai quali era stato negato il potere dopo averlo conquistato col voto.

Abbiamo lasciato soli i siriani che combattevano contro Assad, permettendo che gli islamisti conquistassero la predominanza dell’opposizione esponendo due nemici: il dittatore Assad e l’Occidente che li aveva lasciati massacrare. Abbiamo assistito inermi al genocidio in Nigeria compiuto al grido di Allah akbar, mentre abbiamo lanciato pacchi dono, qualche arma e sganciato qualche bomba nella guerra ingaggiata dall’Isis tra Iraq e Siria, abbandonando al loro destino i peshmerga curdi che eroicamente difendono le loro città, ma anche noi stessi, nella colpevole indifferenza dell’islamica Turchia. Adesso basta. Le immagini di bambini che uccidono e si fanno esplodere di oggi si sommano all’odiosa carneficina di Peshawar dove i guerriglieri islamisti hanno sparato in testa a decine di bambini, peraltro in un paese mussulmano. Ogni tentennamento è una colpa. Serve una politica forte, un’Europa unita, una coalizione che comprenda occidente e oriente, che includa la Russia e i paesi arabi disponibili e non oscillanti. Ma l’offensiva contro i carnefici dei bambini, della donne, degli uomini e della nostra civiltà deve pure avere inizio. Con intelligenza, ma anche con la necessaria rapidità.

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