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La crisi dei socialisti in Europa

11 luglio 2015 639 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Alle forti difficoltà di tenere l’elettorato a vantaggio di movimenti più radicali, come avvenuto in Grecia, in Spagna, per taluni aspetti anche in Gran Bretagna, i socialisti europei stanno sommando l’incapacità di uscire dalla logica dell’esclusivo interesse nazionale. Era già avvenuto questo fenomeno a fronte del primo conflitto bellico mondiale e anche allora furono i socialdemocratici tedeschi i primi a votare a favore delle spese belliche, aprendo un forte divario coi partiti fratelli. Poi ognuno si rinchiuse a casa sua e con l’unica eccezione dei socialisti italiani, allora nelle mani dei neutralisti, ogni partito votò a favore dell’intervento con una giustificazione di carattere patriottico. Così i socialisti europei si trovarono gli uni contro gli altri mandando in frantumi la Seconda internazionale.

Anche oggi i socialisti sono in preda alla stessa questione, alla necessità di restare europei e di superare una visione puramente nazionale. Per di più con la pressante esigenza di costruire davvero un’Europa che ancora non c’è. D’altronde gli interessi nazionali si pesano al momento del voto e per presentarsi credibili alle elezioni politiche di ciascun paese occorre mostrarsi oltremodo sensibili ai suoi interessi. Se l’Spd poi governa con la Merkel è anche giustificata una particolare attenzione ai programmi governativi. Così, finché non si creerà una sorta di Confederazione europea, sulla scorta dell’esperienza degli Stati Uniti, finché l’Unione europea sara un mosaico di stati nazionali autonomi, difficilmente i partiti diverranno davvero europei e sapranno anteporre gli interessi collettivi dell’Europa a quelli di ciascuno stato.

I socialisti europei hanno però un’altra necessità, ora. Mentre si affaccia una sinistra più radicale che dopo la vittoria di Tsipras si fa anche più forte, anche se già all’interno di Syriza si annuncia un’ala più dura dopo le recenti proposte per un’intesa con l’Ue (in base al vecchio detto: “C’è sempre un puro poi più puro che ti epura”), mentre la Germania ribadisce la sua vecchia politica di austerità e di prosperità solo interna, sarebbe necessario che i socialisti lanciassero la loro sfida unitaria fondata sull’obiettivo di costruire l’Europa politica, un continente armonico fondato sulla democrazia, sullo sviluppo economico e sulla giustizia sociale.

Occorrerebbe un progetto del socialismo liberale che rilanciasse una vecchia tradizione continentale sulla scorta del nuovo mondo che chiede il superamento degli Stati nazionali attraverso la formazione di una Confederazione europea, un programma di investimenti contro la disoccupazione, meno vincoli alla ripresa, meno statalismo e più privatizzazioni, una nuova coscienza solidale, l’affermazione di un’accoglienza sempre rigorosamente ancorata alla difesa dei principi liberali, una politica estera capace di fronteggiare il terrorismo islamista. Privatizzazioni, difesa dei principi liberali, lotta al terrorismo islamista? Sì, lo sottolineo, anche questi sono punti che devono essere fatti propri dai socialisti. Ecco perché parlo della nuova prospettiva del socialismo liberale. Perché mai come oggi questa diventa oltretutto una necessità. Un’idea di futuro alla quale votarsi.

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