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Ma questa storia la vogliamo cancellare?

19 agosto 2015 834 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

In altri articoli ho trattato questo argomento. E cioè quello relativo alla mancanza di un erede del nostro vecchio Psi, contrariamente a quello che è accaduto a Pci e Dc. Anzi, mai come oggi vengono esaltate figure della tradizione comunista e democristiana, da Berlinguer a De Gasperi, da Nilde Iotti a Dossetti, mentre si rispolverano giornali che di quelle tradizioni sono stati specchio e testimonianza. Della nostra storia si ricorda il solo Pertini, ma nelle vesti dell’antifascista e nelle funzioni di presidente di tutti gli italiani. Eppure la conversione di ex comunisti ed ex democristiani verso il socialismo democratico e riformista europeo dovrebbe consentire loro di ricordare soprattutto chi a quell’approdo è giunto con anticipo, e in particolare chi quella identità ha storicamente assunto quando la loro era diversa. Invece all’attualità del socialismo europeo fa da contrappeso il più assoluto distacco dalla tradizione socialista italiana.

Allora riprendiamola noi questa catena di conquiste e di scelte, e ripassiamola insieme. Parlo della tradizione del socialismo democratico e riformista, perché di socialismi ce ne sono stati tanti, e molti, soprattutto quelli rivoluzionari, alcuni sfociati nel comunismo e altri nel fascismo, sono miseramente falliti. Siamo figli di Filippo Turati che fondò il partito assieme ad Anna Kuliscioff, combattendo l’intellettualismo del rinvio di Antonio Labriola, poi l’anarchismo e l’operaismo, infine il sindacalismo rivoluzionario, quel socialismo che osteggiò la guerra, proponendo un neutralismo attivo, ma poi, dopo Caporetto, invitò a combattere per difendere il suolo patrio. Il riformismo che accettò di collaborare coi governi liberali per strappare conquiste di libertà e di giustizia. Che si insediò nel sindacato, che formò case del popolo, cooperative, scuole, università popolari. Il socialismo che diviene, cito Turati, che non è lo scatto di un’ora o di un giorno, ma l’evoluzione pacifica e continua delle teste e delle cose.

Quel socialismo nel 1921 volle la collaborazione coi popolari per salvare l’Italia in preda alla guerra civile e all’esaltazione fascista, contro i rivoluzionari e i comunisti che consideravano capitalismo e fascismo la stessa cosa. Quel socialismo lottò contro la dittatura, senza credere al mito della rivoluzione sovietica e al sopruso della dittatura del proletariato. Noi siamo quelli che sono stati espulsi dal Psi massimalista su ordine di Mosca a poche settimane dalla marcia su Roma. Siamo quelli che con Nenni si opposero alla liquidazione del Psi voluta da Lenin e accettata da Serrati e che, riunificandosi in Francia nel 1930, generarono un unico partito socialista, comprendente Nenni, Saragat e Turati.

Siamo anche quelli che nel 1938 condannarono i processi stalinisti di Mosca, i processi delle streghe, come li definì Pietro Nenni, e che nel 1939 presero le distanze dal patto sovietico-nazista che i comunisti italiani accettarono ed esaltarono. Siamo quelli che combatterono il fascismo con le brigate Matteotti e con tutte le forze disponibili. Ma che non trucidarono mai nessuno durante la Resistenza e soprattuto dopo. Siamo ancora quelli, con Nenni, all’avanguardia della battaglia per la Repubblica, mentre i comunisti con Togliatti avevano accettato la monarchia. E siamo ancora quelli che non votarono l’articolo sette della Costituzione che includeva i patti lateranensi al contrario del Pci che lo votò.

Siamo politicamente più con Saragat che si oppose al filo comunismo e al fronte popolare del 1948, che scelse il campo occidentale ed europeo, che si schierò con l’Internazionale socialista che non con Nenni, Basso e Morandi chi invece si schierarono coi comunisti. Ma siamo ancora con Nenni che nel 1956 si schierò cogli insorti di Budapest e non coi carri armati, come invece fecero il Pci e L’Unità. Siamo con Nenni e Saragat che vollero unificarsi per creare una grande forza socialista italiana, e che col centro-sinistra regalarono all’Italia una grande stagione di riforme. Siamo con Fortuna che ci regaló le conquiste dei diritti civili dei primi anni settanta, che s’imbatterono in un Pci recalcitrante e tutto proteso al compromesso storico. Siamo ancora con Craxi che volle il Psi ben piantato nell’eurosocialismo dopo anni di incertezze e di contraddizioni, nel riformismo, nella più completa autonomia politica, che si battè inascoltato per la salvezza dell’uomo Moro, che anticipò nel 1979 il tema della grande riforma, che assunse la bussola del socialismo liberale, siamo con Martelli e i suoi referendum e i suoi “meriti e bisogni”, con quel governo a presidenza socialista che ci regalò la lotta vinta all’inflazione anche grazie al decreto di San Valentino osteggiato da Berlinguer e combattuto con un referendum perso, che sfidò i sovietici coi missili a Comiso e gli americani con Sigonella. Siamo quelli che prospettarono al Pci l’unità socialista dopo la fine del comunismo, anche se forse esitammo troppo e non fummo lucidi nel comprendere l’imminente fine del sistema politico italiano.

Tutto questo nessuno lo può cancellare. E se oggi questa luminosa tradizione politica, la più luminosa di quella dei partiti italiani, non ha eredi è anche perché una falsa rivoluzione giudiziaria ha palesemente ribaltato le sentenze dei tribunali della storia. Noi continuiamo a esistere anche e soprattuto per questa grave carenza, per questa insolente dimenticanza, per questa colpevole manipolazione del passato in funzione dell’opportunità politica. Dunque per amore di verità.

Mauro Del Bue
Mauro Del Bue
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