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Quei duecentomila per Ligabue

19 settembre 2015 830 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Da una settimana risuonavano acidi e acuti i suoni delle sue chitarre. Da venerdì era iniziato uno sciamare continuo di giovani da ogni parte d’Italia verso il Campovolo, che non è una località, come fuori da Reggio si crede, ma un largo spiazzo ricavato in un’area di un piccolo aeroporto. Sono come api. Si distinguono per gli zainetti, le borsine, i cappellacci. Tutti a gruppi, misti. Colorati. Tutti per il maxi ritrovo in occasione del concerto del rocker Luciano Ligabue. È l’ennesimo appuntamento e anche stavolta sono una marea. Una folla di appassionati, ma sarebbe meglio dire di fedeli, perché in questo raduno c’è qualcosa di sacro, di religioso. Come quella ricerca in segno di adorazione dei luoghi delle sue canzoni, a cominciare dal bar Mario. Luoghi cantati nei quali vuoi posare lo sguardo. Come se Correggio fosse una sorta di Betlemme.

Resta il mistero di questa sterminata folla che nemmeno i favolosi Beatles riuscivano ad aggregare. Una folla di fedeli, che si presentano con pelli ricamate al grido delle canzoni di Ligabue, o addirittura con tatuaggi del suo volto. Non capisco neppure le ragioni del mito. Due accordi, una voce roca, il complesso dei Clan destino. Ma sì, c’è qualcosa di religioso in questo mega raduno. Qualcosa che non può sfuggire alla psicologia e alla sociologia contemporanea. Mettiamo anche che Ligabue sia davvero il migliore tra i migliori. Che superi Sprinstein e i Rolling Stones o perfino Led Zeppelin. Perché ad ogni richiamo, sempre qui al Campovolo, arrivano anche da luoghi più lontani stormi di giovani e giovanissimi? Centocinquanta, duecentomila. Tre volte il pubblico di un Milan-Inter. È una sorta di nuova Isola di Withe che dal 1969 con Bob Dylan inaugurò un rito? O di nuova Woodstock dove si radunarono sempre in quell’anno in centinaia di migliaia? Ma allora non c’era anche un connotato politico, la guerra in Vietnam, quel “facciamo l’amore e non la guerra”, che caratterizzava una generazione che aveva rotto antichi tabù?

Oggi non c’é niente di tutto questo. Eppure questo nuovo rito pagano coinvolge ancora una generazione. Che appare quasi sempre sommersa, invisibile, muta. L’attrae, la seduce anche oltre il carisma del cantante. È un ritrovarsi ancora, qui, nello steso luogo, magari tra gli stessi amici che avevi incontrato anni prima, e magari con qualcuno era pure iniziata una storia d’amore. È la consapevolezza che non c’è niente di più bello che stare assieme. Senza violenza, senza sopraffazione, senza distinzione di ceto e di razza. Ma sì, anche questo è un messaggio politico. Arrivano con sacchi a pelo. Con auto e moto, con motorini, qualcuno addirittura in bici. Arrivano in treno e poi fanno dieci chilometri a piedi. Li vedi, pochi, anche in centro, alcuni provenienti dall’estero. I reggiani sono ospitali e diffidenti e li guardano con attenzione e curiosità. Le bombe del terrorismo sono un ricordo lontano che non fa paura. Se ne vanno dallo spiazzo enorme che tutti li contiene dopo l’ultima canzone e si danno appuntamento per il prossimo concerto, per sentire ancora le stesse canzoni dell’ultima e della penultima volta. Stanchi e un po’ sballati. Valli a capire.

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