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Coerenti contro le dimissioni

21 dicembre 2015 519 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Personalmente ho scritto più di un fondo dell’Avanti per difendere il diritto della Cancellieri a parlare con chi voleva, e anche a manifestare sentimenti di pietà verso conoscenti in galera. Ho anche scritto su Lupi e sul suo diritto a scindere le sue responsabilità da quelle di un figlio che aveva ricevuto un Rolex in regalo, così come della Di Girolamo e della sue pur discutibili telefonate, che non costituivamo motivo di reato. Nessuno dei tre casi mi pareva così grave da portare alle dimissioni. Anche il caso della Boschi mi pare, almeno stando a quel che ne esce al momento, assolutamente analogo. Le responsabilità di un padre non possono ricadere sul figlio. Anche se il vice presidente Boschi non può esimersi dall’assunzione di evidenti responsabilità rispetto al caso della Banca Etruria, ciò non deve portare automaticamente alla responsabilizzazione della figlia Maria Elena.

Certo si potrebbe obiettare che l’atteggiamento a proposito della richiesta delle dimissioni è sempre stato a senso unico, anche a sinistra. Il vecchio Pci pretese la resa di un presidente della Repubblica, solo perché solidale con un padre, Donat Cattin, che aveva la sfortuna di un figlio brigatista. Il Pd, o una sua parte, esplodeva fuoco e fiamme contro i ministri mai indagati e sol sospettati di comportamenti incongrui, e i casi Cancellieri, Lupi e Di Girolamo sono lì a testimoniarlo, mentre oggi difende a spada tratta la sua ministra con la stessa determinazione con la quale prima chiedeva le dimissioni degli altri. Dal canto suo Forza Italia, che difendeva come un sol uomo Berlusconi che indagato e poi condannato lo era, oggi si limita a uscire dall’Aula sulla mozione di sfiducia presentata dai Cinque stelle contro la Boschi, mentre la Lega, così decisa a difendere anche le malefatte della sua banca, annuncia invece che la voterà.

Intendiamoci, essere garantisti non significa essere innocentisti. Né tanto meno essere contrari sempre alle dimissioni. Spesso è giusto che anche senza procedimenti giudiziari, o senza condanne definitive, un personaggio pubblico ragioni sull’opportunità di mantenere una carica. Il cancelliere Willy Brandt si dimise dall’alta carica per colpa di una segretaria, che si scoprì essere un spia dell’Est, Francesco Cossiga si dimise da ministro dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, il presidente Leone lasciò il Quirinale solo per voci che lo vedevano implicato nell’affare Loocked. Si è trattato di scelte personali dettate dalla coscienza dei singoli. Durante Tangentopoli chiunque fosse stato raggiunto da un semplice avviso di garanzia (che il direttore dell’Unità rivela oggi essere solo a “tutela dell’inquisito”) doveva immediatamente dimettersi senza attendere alcuna sentenza.

Solo più tardi, e la legge Severino questo certifica, si è convenuto che si debba attendere per i pubblici amministratori la sentenza di primo grado, e che questo basti a sancire una decadenza,. Tuttavia anche questo viene oggi ritenuto eccessivo. E molti, anche alla luce dei casi De Magistris e De Luca, chiedono la revisione della Severino. Si ricorda infatti che un imputato deve attendere la sentenza definitiva per essere ritenuto colpevole. Misure diverse e comportamenti diversi e anche opposti, spesso incoerenti, si sono verificati nel corso di questi anni. L’unico comun denominatore è stato quello di pretendere sempre le dimissioni degli altri e di negare quelle proprie. Possiamo dire, a cominciare dal comportamenti assunti da Buemi al Senato sul caso Berlusconi, che solo noi abbiamo fatto eccezione?

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