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Ma non è la rivoluzione d’ottobre

29 maggio 2016 282 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Siamo a soli sette giorni da un voto amministrativo che interessa anche città come Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, ma il confronto che tiene banco, e che divide elettori e partiti, è quello sul referendum d’ottobre. Sembra quasi che da più parti si voglia depotenziare un voto che potrebbe anche suscitare interpretazioni politiche. Che potrebbe segnalare lo stato di salute dell’esecutivo e del suo partito più consistente. Che potrebbe indicare il grado di tenuta o addirittura di irrobustimento del movimento grillino, l’espansione di Salvini nel centro-sud, quello della Meloni non solo a Roma, il punto di caduta di Forza Italia, il livello di gradimento di Alfano, di Verdini e anche quello di Fassina e nostro.

Da lunedì se ne parlerà di sicuro, ma sempre sull’onda del confronto politico robusto e anche infuocato sul referendum confermativo della riforma costituzionale. Perché Renzi abbia scommesso tutto sulla “madre di tutte le battaglie” e non sulla guerricciola per i sindaci potrebbe anche dipendere dalla ragionevole prudenza, perfino incrementata da qualche sondaggio sul voto amministrativo. Il rischio di perdere Milano pare tutt’altro che scongiurato. Ma penso che Renzi abbia ragione quando scommette tutto, come un giocatore di poker, sulla riforma, non la rivoluzione, d’ottobre. Che il presidente del Consiglio giochi la partita della vita è fuori discussione. Si può discutere del fatto che sia stato il governo e non il Parlamento a intestarsi una riforma costituzionale, anche se non si può dimenticare che il proposito iniziale non era questo e che il patto del Nazareno aveva proprio l’opposto significato.

Che un presidente del Consiglio sulla materia più importante della sua opera metta in gioco se stesso e il suo governo io lo trovo pienamente comprensibile e condivisibile. Così come encomiabile è superare il procedimento legislativo paritario nelle due Camere e rivedere la sciagurata riforma del Titolo V voluta dall’Ulivo. Tuttavia abbandonerei quei toni da crociata e da missione sacra a cui spesso ricorrono soprattutto i suoi fedeli. E’ vero. Se la riforma passa viene raggiunto un obiettivo che tutti i predecessori di Renzi hanno fallito. Nel riassumere i temi della riforma l’Avanti ha anche fornito una storia dei tentativi, tutti andati a vuoto, di riformare il bicameralismo paritario, che tutti, nessuno escluso, almeno dal 1980 (formazione del cosiddetto gruppo di Milano) hanno evidenziato come una priorità. Il problema, come opportunamente osservano sia Massimo Cacciari, sia Marcello Pera, entrambi eslicitamente per il sì, è che la riforma non è esente da pecche e da qualche contraddizione. Anche se i suoi aspetti positivi sono certo prevalenti.

Se si vuole convincere i recalcitranti e gli indecisi a votare sì sarebbe bene mostrarsi dialoganti e disponibili anche a quei ritocchi che da qualche parte vengono richiesti. Sull’elezione dei senatori e sull’Italicum io trovo che non siano insensate le osservazioni di Bersani. Anzi, sull’Italicum i socialisti hanno depositato al Senato una proposta di modifica alla legge. Io penso però che non ci sia un problema di impatto sulla democrazia (l’ottenimento del premio di maggioranza solo dopo aver superato la soglia del 40 per cento, contrariamente a quanto avveniva col Porcellum, equilibra la mancanza della doppia fiducia), ma che esista un problema di corretta rappresentanza, di significato delle alleanze, e anche (capisco che non può essere fondamentale) di rischio grillino alle porte. Ma sì, noi diciamo sì, ma è opportuno che nessuno si chiuda in una trincea, perché quella che affronteremo ad ottobre non può essere la crociata per la presa del santo sepolcro, e non è nemmeno una rivoluzione in stile diciassette per la presa del palazzo d’Inverno. E’ un monento fondamentale di democrazia diretta per ottenere il lasciapassare a una riforma importante della Repubblica.

Mauro Del Bue
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