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La fine della destra e della sinistra, il ruolo dei socialisti

23 gennaio 2017 124 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ormai le categorie tradizionali, per la verità tipiche dello scenario politico francese e italiano, più che non di altre, e cioè quelle che descrivevano i connotati della sinistra e della destra, sono entrate in crisi. Si tratta generalmente, più in Italia che in altri paesi europei, di una delegittimazione derivante dalla fine del comunismo e che ha dunque radici ultra ventennali. Oggi si accentua e si completa in una più netta dissoluzione a fronte di una crisi che da anni colpisce, sia pur in modi differenti, l’intero occidente e che è dovuta a tre fattori: la globalizzazione, la finanziarizzazione e l’immigrazione. Il mondo con la globalizzazione é diventato meno squilibrato, ma l’Occidente, in cui sono prevalse anche forti speculazioni finanziarie, ha visto nascere nuove disuguaglianze, affiorare distanze crescenti, aumentare la vecchia povertà.

Questo porta la cosiddetta società liquida, per riprendere il Bauman da poco scomparso, a una profonda incertezza, a forme di paure per il futuro, a una crisi d’identità che provoca ansia e che non trova più risposta nei parametri della politica. Prendiamo alcuni effetti di tutto questo. Cominciamo dagli Stati Uniti dove la crisi è meno grave di quella che generalmente si vive in Europa. Trump viene descritto, e talune sue posizioni autorizzano a inquadrarlo come tale, come uomo di destra. Dunque, si potrebbe pensare che l’elettorato americano si é spostato a destra. Contemporaneamente, però, alcuni sondaggi dimostrano che l’unico candidato che avrebbe potuto batterlo era Sanders, quello considerato più a sinistra.

L’elettorato è schizofrenico? No. Semplicemente esso tende a superare le vecchie categorie politiche, anche quelle tra democratici e repubblicani, affidarsi a chi propone un forte progetto di cambiamento e legarsi a chi riesce a suscitare speranze per il futuro. In Europa questo spazio è occupato dai cosiddetti movimenti populisti che non sono di destra, come la vetero sinistra è obbligata a definirli, ma decisamente trasversali, il movimento Cinque stelle e quello inglese di Farage soprattutto. Ma anche le Front national di Marine Le Pen ha un largo e composito nucleo che va ben oltre la destra. C’è poi oggi un programma che non è più alternativo, ma in larga parte comune, tra destra radicale e sinistra estrema del quale i populisti fanno sintesi. Pensiamo al rapporto con l’Europa, all’euro, al potere delle banche, ad alcune proposte sul reddito di cittadinanza.

Sempre più il panorama politico va orientandosi attorno alla convergenza sulle cose concrete e ai leader che le sanno interpretare. D’altronde quale governo più trasversale è mai esistito di quello greco presieduto dal maxi sinistro Tsipras e composto anche da un partito di estrema destra? Reato di milazzismo? No, coerente intesa sul programma. Semmai è lo spazio dei moderati e dei conservatori che oggi si restringe e che costituisce il polo della inevitabile sconfitta. I popoli, compreso quello tedesco, che dovrebbe affidarsi, per gratitudine, alla Merkel, vacilla. Dove non è la crisi economica è l’immigrazione la causa dell’insoddisfazione. Tutto sembra oggi senza controllo. E alle tensioni richiamate si aggiunge quella, la più drammatica, del terrorismo islamico. Che tutto é tranne un fenomeno di destra o di sinistra, anche se taluno tende a configurarlo, e l’errore a mio giudizio è piuttosto grave, come la conseguenza di un novello imperialismo.

Il nuovo fanatismo religioso che invita a uccidere gli infedeli porta inevitabilmente acqua al mulino della cultura che tende, come quella di Trump, all’autarchia e al rifiuto degli altri. Non a caso il populismo europeo, compreso quello dei Cinque stelle, ha assunto su tale fenomeno una posizione non dissimile. Naturale dunque che attorno a questi nuovi gravi problemi che hanno spezzato le tradizionali categorie politiche anche il movimento socialista si interroghi, non solo semplicemente spostando più a sinistra il suo asse, com’è avvenuto tra i laburisti con la vittoria d Jimmy Corbyn, o tra i socialisti francesi, come pare stia avvenendo in Francia con il parziale successo di Benoit Hamon. Servirebbe andare oltre la destra e la sinistra. Ma è certo che i candidati socialisti più moderati non avrebbero maggiori chances di conquistare l’elettorato avversario. L’esempio di Trump vale anche per gli europei.

Nel nuovo bipolarismo europeo che si configura non in tutti i paesi, ma in molti, come quello tra populisti e polo alternativo di convergenza tra socialisti e popolari, ma anche centristi e gollisti, altro non c’è che una semplice sintesi o compromesso in funzione di difesa, come in Italia durante il terrorismo con l’unità nazionale? Basterebbe? Ne dubito. Anche questa possibile e forse inevitabile convergenza deve nascere col coraggio dell’innovazione. Anche questa sintesi non può non alzare il tiro per contestare e fortemente correggere la politica europea, anche a costo di dissociazioni radicali. Se nascesse come trincea di conservazione dell’esistente franerebbe facilmente di fronte alla temibile avanzata delle forze nemiche.

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