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Alla ricerca del Macron italiano

2 luglio 2017 74 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Renzi perde nel suo paese a Rignano, come Bersani perde nella sua Bettola, Orlando perde a La Spezia, Bonaccini perde sei ballottaggi su sei in Emilia-Romagna. Lasciamo perdere i risultati dei vari colonnelli con la De Micheli che vede Piacenza transitare verso il centro-destra, con Guerini che assiste al passaggio al centro-destra del suo comune di Lodi, con Del Rio che nella sua provincia perde l’unico comune al voto, la Campegine dei fratelli Cervi, il comune più rosso d’Italia, dopo che già Orfini aveva straperso Roma e Fassino Torino. C’é qualcosa in più di una semplice sconfitta oggi. C’é forse il tramonto di una classe politica. Più inventata, se togliamo Fassino, che reale. Più imposta che riconosciuta. Più confezionata che fiorita.

In capo a tutti Matteo Renzi che riesce ormai solo a vincere le primarie del suo partito, ma riuscirebbe orami a perdere anche le elezioni del suo condominio. E’ accerchiato da tutti. Veltroni, il suo nume tutelare, lo ha delegittimato, Prodi, il suo padre nobile, si é dimesso da Vinavil spostando più lontano dal Pd la sua tenda, Franceschini, il suo grande elettore, ne ha preso ufficialmente le distanze. Per non parlare di Orlando, che ormai occhieggia a Pisapia e con lui Cuperlo. Si ha la sensazione che non solo sia al tramonto una classe politica nata pochi anni orsono, ma anche un partito, il Pd, nato male e vissuto peggio.

In molti cercano il Macron italiano. Oggi sarebbe necessario trovarlo. Oltre il Pd non ci può essere la vecchia sinistra, che ha perso anch’essa. E non si pensi che con trite e consunte ricette del passato si recupereranno gli astenuti. Nella gran parte dei comuni persi erano presenti anche partiti e sigle dell’altra sinistra. E non hanno fatto da sponda all’onda lunga dell’astensione. Penso che la Francia abbia dato storicamente i segnali più lungimiranti anche al nostro paese, dalla rivoluzione francese in poi. E che gli italiani, anche nel tricolore dove il verde si é sostituito al blu, abbiano sempre avvertito l’influenza dei transalpini. Oltre il Psf c’é il movimento En marche, non Melenchon. Dopo il Pd, perché di questo si dovrebbe parlare a mio avviso, non c’é nulla.

In molti hanno pensato a Renzi come all’alfiere di questa nuova politica e il successo delle Europee del 2014 aveva incoronato il giovane fiorentino in questo straordinario ruolo. Il giovane della Leopolda aveva rotto con la vecchia classe dirigente post comunista, aveva distrutto vecchie liturgie, inaugurato un lessico staccato dal politichese, diretto, fresco, simpatico. Come presidente del Consiglio aveva iniziato una coraggiosa politica di riforme sociali e istituzionali. Poi il crack, dovuto a errori di impostazione sfuggiti a molti commentatori: una dose eccessiva di superficialità e di improvvisazione, un misto di arroganza e di supponenza, l’esigenza di un circolo di improvvisati signorsì piuttosto che di persone esperte e competenti, l’assurda guerra di classe (di età, come ci suggerisce nel suo libro il nostro Intini), la più assoluta incapacità di individuare mediazioni e compromessi, l’impreparazione a gestire le sconfitte. E cosi oggi siamo alla ricerca del Renzi due, visto che l’originale pare eclissato sotto le macerie (e le sconfitte) anche della sua Rignano. Come Diogene cercava l’uomo, col lanternino.

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