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Vent’anni dopo il Carlino riapre le ferite del dopoguerra. Del Bue: “Gli storici indaghino sul “caso Cervi” e il “caso Facio”

30 agosto 2010 1.455 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

In un’intervista rilasciata a “il Resto del Carlino” e pubblicata il 30 agosto del 2010, dopo una dichiarazione di Otello M0ntanari che ha accusato il suo partito di averlo emarginato anche seguito delle rivelazioni del 1990, Del Bue rilancia l’operazione verità e cita, oltre al caso Farri, ancora avvolto nel mistero almeno per ciò che riguarda colpevoli materiali e mandanti politici, anche il caso Cervi e il caso Facio. “I sette fratelli Cervi erano cavalieri senza macchia e senza paura”, rileva Del Bue, “che iniziarono per primi la resistenza nella montagna reggiana, in netto contasto con le direttive del Pci, a cui peraltro erano iscritti, come testimoniano le dichiarazioni dei capi militari del Pci dell’epoca Osvaldo Poppi e Gisberto Veroni, che nell’autunno del 1943 proclamavano che le azioni dovessero essere promosse solo in pianura e da parte del Gap e fossero da finalizzare all’eliminazione diretta dei capi fascisti. I Cervi concepivano già la resistenza come azione collettiva e mirata ad organizzare misure anche a supporto delle popolazioni della provincia. Su questo avvenne  una rottura insanabile (richiamata fedelmente nel libro di Liano Fanti, “Una storia di campagna”, ma anche nelle dichiarazioni più volte rilasciate da Poppi e pubblicate su riviste e giornali). Tale aspra rottura portò al ritorno dei Cervi nella loro casa di Campi rossi di Gattatico e poi alla loro cattura, probabilmente originata da un tradimento interno. Durante la loro prigionia, esattamente alla metà di dicembre del 1943, i Gap colpirono a morte il seniore della milizia di Cavriago Giovanni Fagiani e nell’azione rimase uccisa anche sua figlia quindicenne, e poi, dopo che le autorità fasciste avevano proclamato la logica della rappresaglia che avrebbe fatalmente coinvolto i sette fratelli, uccisero, quattro giorni prima della loro fuga, organizzata da Dante Castellucci per il 31 di dicembre, il segretario comunale di Bagnolo in Piano Davide Onfiani. La fucilazione fu un barbaro atto di rappresaglia delle autorità fasciste. Ma i Gap (o chi per essi) non potevano aspettare quattro giorni prima di compiere un nuovo delitto politico? Dante Castellucci  (Facio), uno dei più ardimentosi combattenti del gruppo Cervi, riuscì a salvarsi fingendosi francese e a fuggire dal carcere di Parma. Ma subito dopo venne inspiegabilmente decretata sul suo capo una nuova sentenza di morte e questa volta dal suo stesso partito. E a metterla in atto avrebbe dovuto essere quell’Otello Sarzi, burattinaio, che era anche fratello di Maria (Margherita) Sarzi, funzionaria del Pci, ma amica di Aldo Cervi. Otello Sarzi, che faceva parte del gruppo Cervi e aveva combattuto in montagna, confida questo in un’intervista rilasciata nel 1990 a Pierluigi Ghiggini e pubblicata sul giornale mensile “La Lunigiana la sera”. Secondo Antonio Rangone, col quale ho parlato, la sentenza avrebbe dovuto addirittura coinvolgere anche sua sorella Lucia, accusata di parlare troppo. A dare l’ordine a Sarzi e a Victor Modena fu Ottavio Morgotti, lo stesso gappista che poi darà l’ordine di effettuare un sopralluogo nella parrocchia di San Martino di Correggio, dove il 18 giugno 1946 trovò la morte don Umberto Pessina. Sarzi (che poi uscirà dal Pci e più tardi si iscriverà al Psi e sarà suo candidato alle elezioni politiche del 1979  e alle comunali del 1980) naturalmente declinò il ferale invito. Ma il comandante Facio, che poi divenne un eroe della resistenza nella Lunigiana, venne colpito da una seconda sentenza di morte e inspiegabilmente fucilato su ordine di “Salvatore” Cabrelli, funzionario del Pci della zona per un banale pretesto (la mancata consegna di un lancio). L’interrogativo risulta perfino ovvio. C’è qualche rapporto tra la morte di Castellucci e la vicenda Cervi?

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