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Avanti Marx

8 Febbraio 2012 1.011 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ci sono tanti modi per essere marxisti. Il più comune è quello di esserlo senza aver mai letto una sola riga di Marx. E di citarlo, come faceva il compagno Sturloni, socialista di Reggio Emilia negli anni cinquanta, che, quando interveniva alle riunioni di partito, usava l’intercalare “marxisticamente parlando” al posto di “cioè”. Poi ci sono stati i marxisti “nella misura in cui” e “al limite” del sessantotto. Che poi il limite lo hanno abbondantemente superato. E quelli marxisti-leninisti, i più autoritari, perché assommavano due dogmi, generalmente sconosciuti, in uno solo. E i marxisti revisionisti, quelli ortodossi, quelli che prendono a ispirazione l’ultimo Engels, quelli che “quando perde l’Inter o il Milan dicono che è solo una partita di calcio, poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yee”. Ci sono quelli che quando è caduto il muro hanno pensato alla fine del mondo e quelli che non vedevano l’ora e pensavano che il marxismo non avesse nulla a che fare col comunismo. Quelli della Fiom di oggi che, se li senti parlare, sembra che non vedano l’ora che crolli il sistema per intero per dimostrare di aver avuto ragione ieri. E a fronte della speculazione finanziaria e del rischio default, sembra che ti dicano “Avrò sbagliato i tempi, ma io sono quarant’anni che il crollo lo avevo previsto”. E sono finalmente felici, dopo anni di felicità altrui. E c’è, ancora, lui coi suoi scritti e le sue citazioni e le sue sette oggi in disuso e i suoi critici, Karl (detto affettuosamente e italianamente Carlo) Marx, nato a Treviri nel 1818, è stato pensatore ed economista, teorico della politica, forse anche filosofo tra i più importanti per quel che ha detto sul socialismo, che ha trasformato, da un’aspirazione di pochi, in una scienza che ha influenzato il mondo intero per centocinquant’anni. Anzi, al Liceo sembrava che tutta la storia della filosofia fosse un crescendo rossiniano che portava a Marx. Con Hegel che aveva inventato la dialettica, ma per un uomo astratto fatto solo di pensiero, poi Feuerbach l’aveva messo coi piedi per terra perché “l’uomo è ciò che mangia” ed era così fatalmente arrivato il regno del santone di Treviri, che finalmente aveva preso l’uomo di Feuerbach per farlo diventare il divino proletariato. Ed era arrivata la rivelazione, con suoi vangeli, tra i quali “Il Capitale”, che quasi nessuno è riuscito a leggere.  Non è male quella critica di Popper, semplice, tagliente e chiara: “Dopo aver analizzato il tramonto dei sistemi precedenti Marx sostiene che anche il capitalismo subirà la stessa sorte, ma la verifica di quest’accadimento, che viene rimandato a un tempo indefinito, non è verificabile”. Diciamo subito due cose. La prima: se non ci fosse stato Hegel, con la sua dialettica, e Feuerbach, col suo materialismo, Marx non sarebbe arrivato alle sue conclusioni. Specifichiamo che Hegel finiva per costruire un sistema perfetto e immodificabile dominato dallo Spirito e Marx arriva anche lui a definire il suo sistema ugualmente perfetto e immodificabile, dominato dalle leggi della nuova società industriale, che s’era ormai affacciata in Europa e in Inghilterra s’era anche consolidata. Non è un caso che Marx abbia vissuto larga parte della sua esistenza proprio a Londra, come Mazzini, col quale ebbe contatti (i due saranno insieme alla fondazione della prima Internazionale operaia nel 1864). Seconda questione: Marx finisce anch’esso per costruire il suo sistema, basato certo sull’indagine accurata e scientifica della società capitalistica del suo tempo, che ritiene però regolata da leggi assolute, immodificabili, e che ritiene destinata a decomporsi e ad essere sostituita dal socialismo e dal comunismo. La sua filosofia assume il carattere della profezia, ma su sulla base di un seria, anche se errata, ricerca economica. Come i critici di Hegel sostenevano, e cioè che, accettando il suo sistema, si sanciva la fine della filosofia, anche quelli di Marx osservavano che, accettando il suo, si firmava la fine del pensiero economico e politico. Due dogmi che non consentivano alcuna storicizzazione proprio da parte dei maestri della dialettica, idealista e materialistica. E’ vero che dopo la morte di Marx, Engels s’accorse delle modifiche dei sistemi europei e di una relativa democratizzazione delle società capitalistiche che stava avvenendo quasi ovunque anche con l’introduzione del suffragio universale e ammise che si potevano aprire nuove strade per arrivare al socialismo, che non fossero necessariamente quelle della rivoluzione violenta. Ma questo avverrà dopo la morte del maestro. Andiamo per gradi. Papà Marx era avvocato ebreo e mamma donna di casa. Con papà, Carletto ebbe rapporti eccellenti e con mamma meno. Quest’ultima gli rimproverava continuamente di preoccuparsi troppo del mondo e poco di sé. Queste mamme, o papà, che pensano di fare il bene del loro figliolo se lo mantengono vicino a casa e gli impongono anche la professione senza accorgersi di avere generato un personaggio del quale parleranno i secoli futuri, sono un po’ patetici. Se Verdi avesse vinto il concorso di organista nella chiesa di Busseto sarebbe diventato Verdi? Se Schopenauer avesse dato retta a papà e fatto il pastore protestante sarebbe diventato Schopenauer? E se Feuerbach avesse dato retta al suo e fosse diventato avvocato? Mai dare retta ai genitori, cari giovani. Imparate a scegliere da soli, cari bamboccioni noiosi che non siete altro. Carletto si laureò in filosofia e non in legge, tanto per non fare eccezione. E iniziò a occuparsi di economia leggendo Adamo Smith e anche i socialisti utopistici, ma senza trascurare Hegel da cui era attratto per via della dialettica. E occupandosi molto anche, naturalmente, di Feuerbach. Condivise la sua idea di alienazione, che applica però alla società e non solo alla religione. Non è solo la religione il cosiddetto mondo capovolto, è la società tutta ad essere capovolta. Elabora e rielabora in articoli (è giornalista e vive con poco, si sposerà con una nobildonna, Jenny, che lo amerà al punto di finire nella più nera povertà con lui) e nei suoi primi libri, le sue teorie, che diverranno il risultato di indagini sulla società capitalistica del suo tempo. Individuò nell’eliminazione del capitalismo la sintesi dell’esistenza e dell’essenza. Cioè: solo nel comunismo, dove tutti gli uomini sono uguali c’è l’unità essenziale tra l’uomo e la natura. Perché l’uomo diventa naturale e la natura diventa umana. Difficile? No, semplice. Perché da qui parte per arrivare alla sua scienza. La sua ossessione è di far diventare il socialismo e il comunismo una scienza. Allora, specifichiamo, queste differenze dei due termini “socialismo e comunismo” erano attenuate e i vocaboli venivano usati, nell’evoluzione della storia e del pensiero, anche in modi difformi. Tali differenze erano, soprattutto nell’ottocento, molto più impercettibili di quel che non appare indagando nella storia del novecento. Il termine “comunista” è più antico di quello di “socialista”. Per comunismo, già nel settecento e nella prima parte dell’ottocento, si intendeva un sistema adottato da una comunità che metteva in comune i beni. In un certo senso, con questa concezione, possiamo andare anche molto più indietro e ritenere che anche i francescani lo fossero. Poi si usò il termine socialista per individuare un sistema ove vigeva la socializzazione dei mezzi di produzione, manifestando così un’attenzione non solo verso la distribuzione, ma anche verso la produzione dei beni. Nel contempo, però, venivano definiti socialisti (e non comunisti, come sarebbe forse stato più corretto) anche coloro che, come Fourier o Saint Simon, costruivano un’isola felice senza preoccuparsi troppo della rivoluzione sociale. Per Marx il comunismo sarà solo l’ultima fase del socialismo, l’attuazione completa dell’eguaglianza sociale dopo le fasi intermedie del socialismo, anche se all’inizio è del comunismo che Marx parla e al comunismo si appella per formare le prime Leghe. Nel novecento, con Lenin, il comunismo diventa bolscevismo, cioè sistema da attuare con la rivoluzione violenta e armata (non solo degli operai, ma soprattutto dei soldati e delle campagne, almeno in Russia) e con una dittatura del proletariato che diventerà dittatura del partito. Si formeranno i partiti comunisti in tutta Europa, da scissioni dei partiti socialisti e socialdemocratici, con il proposito di fare la rivoluzione armata di stampo bolscevico. I socialisti si opporranno e i riformisti, e anche parte dei massimalisti e dei rivoluzionari, resteranno su un versante diverso, non accettando il partito e lo stato guida, ma neanche la dittatura del partito. Tanto che l’Internazionale socialista, che riprenderà piede, a fatica, dopo la prima guerra mondiale e anche dopo la seconda, sarà diversa e contrapposta a quella comunista. Il socialismo diverrà in larga parte dell’Europa democratica conciliabile col capitalismo e questa opzione, a mio giudizio, assieme ai valori e alle suggestioni del socialismo utopistico, sono tuttora le sole ancora attuali. Paradossalmente il socialismo scientifico lo è assai meno, mentre il comunismo è praticamente scomparso. Torniamo a Marx. Già Proudhon aveva definito la proprietà privata un furto e Carlo vuol dimostrare che è così. Gli interessa poco fare affermazioni etiche, vuol dimostrare che il comunismo o il socialismo (una società senza classi, insomma, e senza proprietà privata) è, non tanto di per sé migliore, ma inevitabile. Ragiona ancora dell’oggetto e del soggetto. Per Hegel il soggetto crea l’oggetto, per Marx l’oggetto crea il soggetto. E l’oggetto è la materia e la materia è la società nelle sue evoluzioni dialettiche, per lui sempre determinate dai rapporti di produzione. Prima c’era la società tribale, poi quella schiavistica, poi quella feudale e infine quella capitalistica. E ogni storia è storia di lotte tra le classi e della supremazia dell’una sulle altre, che è quella che poi determina il passaggio. A Marx interessano le ragioni dei passaggi più che la natura delle diverse società. La struttura è l’economia coi suoi rapporti di produzione, la sovrastruttura è tutto il resto, dalla politica, allo Stato, alla religione, alla filosofia. La struttura è quel che per Hegel è lo Spirito assoluto. E’ il tutto dal quale il resto ha origine. E il suo movimento è qui applicato scientificamente all’economia. A proposito di movimento Carlo si deve muovere in continuazione, da Bonn a Colonia, poi a Parigi. La censura e la repressione prussiana lo inseguono. Nel 1844 è a Bruxelles e il 30 marzo del 1846 si svolge una riunione della sua associazione proletaria che ricorda vagamente qualche riunione di oggi. Sono in pochi dietro un tavolo, ma molto divisi. Chi è marxista in senso stretto, chi è prudoniano, chi progressista liberale, chi anarchico, e dunque non ci si capisce un tubo. Quando parla il progressista Waitling, Marx s’infuria e gli dà dell’ignorante, sbatte i pugni sul tavolo e se ne va seguito da suoi. Neuro marxismo? Esplode il ’48. Sembra la rivoluzione. In Francia si sperimentano anche gli “ateliers nazionaux”. E’ un‘illusione, perché poco dopo arriva Napoleone terzo. Su “Preghiera in brumaio”, della borghesia. Marx, su pressione della Prussia, il quarantotto si era esteso ovunque, viene anche espulso dal Belgio e ripara a Londra, dove affina la sua filosofia economica e dove resterà fino alla morte. Ma scrive, proprio nel 1848, il famoso “Manifesto”, quello che lancia la parola d’ordine : “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Fa in tempo a polemizzare ancora con Proudhon sulla miseria della filosofia e nel 1850 fonda l’Associazione universale dei comunisti, primo nucleo della futura internazionale. E lo insegue anche la maledizione, come Schopenauer. Tra il 1850 e il 1856 gli muoiono tre figli, due bimbe per indigenza, poi anche il terzo bambino, per tubercolosi. Soffre la fame con la sua Jenny. Ha un’altra figlia, e due ne avrà, da mantenere. E’disperato, ma non demorde. E scrive al suo Engels che aveva cominciato a divenire il suo alter ego: “La casa è del tutto desolata e vuota dopo la morte del caro bambino che ne era l’anima. Non si può dire come il bambino ci manchi a ogni istante (…). Mi sento spezzato (…). Tra tutte le pene terribili che ho passato in questi giorni, il pensiero di te e della tua amicizia, e la speranza che noi abbiamo ancora da fare insieme al mondo qualche cosa di intelligente, mi hanno tenuto su”. Studia passando larga parte della giornata nella biblioteca di Londra e sui testi di economia, su articoli e saggi, su documenti e bilanci, prende appunti, fa le sue somme e sottrazioni. Il prodotto, il plusvalore, la forza lavoro, il capitale, i rapporti di produzione, diventano quasi ossessioni e si rafforzano e trasformano in algebra con parentesi tonde e quadre e potenze. Nel 1864 altro conflitto londinese e rischia di andare in fumo (Fumo di Londra) la fondazione dell’Internazionale presieduta da Marx. Si trovano in un albergo della capitale inglese non solo i marxisti, ma anche i non marxisti, i prudoniani, i mazziniani e repubblicani, qualche anarchico, ma non Bakunin. Grande litigata, che poi continuò nel congresso del 1866 e con quello del 1868, fino all’uscita dei prudoniani sul tema della cooperazione, che difendevano dagli attacchi dei marxisti. Ma non doveva essere l’unione a fare la forza? Poi, nel 1871, nuovo dissidio con Bakunin sul tema dell’apporto dei contadini alla rivoluzione. Per Bakunin il luogo ideale era proprio l’Italia dove si trasferì, e dove quasi non esisteva la classe operaia, per Marx era l’Inghilterra, dove esisteva una classe operaia quasi matura. I litigi durarono poi ancora e nel 1876 l’Internazionale, dopo ennesimi conflitti e furibonde litigate, verrà sciolta. Com’era difficile, fin da allora, far andare d’accordo i gruppi di sinistra… Marx aveva già scritto “Il Capitale” e le sue teorie scientifiche erano già state tutte elaborate. In particolare quella della rivoluzione fatale: il salariato è proprietà del padrone, perché il lavoro che è la sua attività, non gli appartiene (alienazione) e il profitto, o plusvalore, è il costo in più di un prodotto, che si somma a quello determinato da quello delle materie prime lavorate e dalla quantità di ore di lavoro. Il capitalista ha bisogno di profitto, per questo il prodotto ha un plusvalore. Tutto questo è destinato a entrare in crisi perché vi sarà sempre più bisogno di produzione e sempre meno possibilità di assorbimento della produzione. Da qui l’idea della crisi ciclica del capitalismo, che originava da sé la sua condanna a morte e la necessità che il proletario, che nelle crisi sarebbe caduto nella miseria più nera, ne ereditasse il ruolo. Ora, su quest’ultima analisi marxista, si eserciteranno in tanti per trarne le più diverse conseguenze. Se la fine del capitalismo è segnata, che bisogno c’è di promuovere una rivoluzione violenta? Basta aspettare il giorno della caduta e organizzare nel contempo il proletariato accontentandosi di riforme e modifiche parziali (la tesi riformista). Poi ce n’è un’altra, opposta. Visto che il capitalismo andrà fatalmente in crisi acceleriamo la crisi con la lotta e l’azione violenta (tesi rivoluzionaria). L’azione è la sola che conta, capace anche di anticipare la storia (tesi rivoluzionaria). Ma ce n’è anche una intermedia, che Marx sembra preferire. E cioè la rivoluzione va fatta, ma solo quando ne esistono le condizioni obiettive. Va fatta nei paesi capitalistici maturi, l’Inghilterra appunto, e non certo la Russia, dove invece si verificò. Tanto che Carlo non credette alla Comune del 1871 (per lui era scontato l’esito drammatico a cui andò incontro, dopo la guerra franco-prussiana), anche se la sostenne con forza. Al contrario di Mazzini, che invece la condannò, mentre Garibaldi l’appoggiò. Che mal di testa. Nel 1881 a Carlo muore l’amata Jenny, poi un’altra figlia, la primigenia. Gliene restano due: Laura e Eleonor. Il grande filosofo chiude gli occhi per sempre nel 1883, l’anno in cui muore anche Wagner e nasce Mussolini. Laura, andata in sposa al socialista francese Paul Lafargue, morirà suicida con lui al compimento dei settant’anni, Eleonor, anche lei sposa con un socialista, l’inglese Edward Aveling, sceglierà anch’essa il suicidio. Una cupa maledizione della borghesia, che non ne voleva sapere di morire lei, aveva colpito anche la famiglia Marx, senza che lui l’avesse previsto. Fatalità?

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