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La Francia abbatte il muro di Berlino. E noi?

2 ottobre 2014 470 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Noi abbiamo sempre pensato che anche in economia due più due faccia quattro. E siccome il debito viene calcolato in rapporto al Pil più abbassiamo il Pil e più alziamo il debito. Oltretutto con minore sviluppo si hanno anche minori entrate. A meno che non tagliamo e di molto le spese. Quest’ultima è la ricetta dei cosiddetti rigoristi. Merkel in testa. Tagliamo tutte le spese, anche quelle per gli investimenti, e riduciamo a prezzo di sacrifici enormi il debito in rapporto al Pil dei Paesi più indebitati, innanzitutto la Grecia e poi l’Italia. Visto che la cosa ci riguarda da vicino, noi avremmo dovuto da tempo chiedere di ricontrattare i parametri di Maastricht che obbligano tutti i paesi dell’eurozona a restare entro il vincolo del 3 per cento del deficit in rapporto al Pil. Ma non l’abbiamo fatto mai, perché un po’ ci sentivamo, e non a torto, in colpa per le tante riforme mancate.

Naturalmente questo ragionamento non può restare isolato. È vero che occorre una politica di sviluppo anche per abbassare il debito, ma occorre anche una revisione della spesa per essere credibili ed efficaci. Perché anche portando il Pil al 2 per cento, se non correggiamo la spesa, non riusciamo a diminuire di molto il debito. Oggi l’Italia ha un debito che si aggira sul 135 per cento del Pil, seconda alla Grecia e all’Irlanda. La Francia é sul 95 per cento, anch’essa in costante aumento. Alla Grecia, alla Spagna e al Portogallo sono state imposte manovre di tagli alla spesa che questi paesi stanno pagando anche in termini di disoccupazione che ha superato il venti per cento. Questo costo ha generato movimenti e tendenze elettorali anti europee e anche antinazionali.

La Francia ha detto basta. Il governo francese ha ufficializzato la sua scelta di superare unilateralmente il vincolo del tre per cento. Ha sfidato la linea del rigore, facendo infuriare la Merkel, che dell’eurozona è la leader indiscussa, visto che Junker e Katainen a lei direttamente si riferiscono. Si può obiettare sull’unilateralità della scelta. Sulla decisione che magari poteva essere concordata e sottoposta come richiesta ufficiale di più paesi a Bruxelles. Certo lo strappo di Parigi apre una nuova fase nella politica dei vincoli. La Francia sostiene di dovere sfondare il muro di Berlino del tre per cento per permettere una ripresa più accelerata e rientrare nel vecchio parametro nel 2017.

Credo che l’Italia a questo punto non possa restare con le mani in mano e col suo 2,8 inattaccabile. Mi sono permesso su questo nostro giornale di suggerire, anche se non sono un economista, un indirizzo di massima al nostro Psi. Un paese, che contrariamente alla Francia, presenta un avanzo di bilancio, cioè un utile annuo se escludiamo la spesa per gli interessi sul debito (che purtroppo si aggira sugli ottanta miliardi l’anno), che ha una disoccupazione più alta della Francia, sopratutto giovanile, che presenta ancora, contrariamente alla Francia, un segno meno nello sviluppo, ha l’assoluta necessità di sfondare il tetto del tre per cento, se non vuole rassegnarsi alla inevitabile e dolorosa sua decadenza. Non basta rinviare il pareggio di bilancio, comprensivo degli interessi, come giustamente ha annunciato Padoan.

Senza la ripresa di investimenti privati e anche pubblici, l’Italia, secondo i dati del CNEL crescerà da qui al 2022 tra lo 0,4 e l’1,2. Troppo poco per garantire una tenuta sociale sostenibile. Certo l’Italia è un paese in cui la spesa non sempre, penso a quella sanitaria delle regioni, é giustificata. Mentre il mercato del lavoro è logoro, rigido, ancorato a un modello che non si adegua alle esigenze del nuovo millennio e l’evasione fiscale è la più alta, anche se poi coloro che lo segnalano spesso contestano Equitalia e la lotta senza quartiere a un fenomeno che nel nostro paese riguarda purtroppo quasi tutte le categorie.

Occorre un piano che metta insieme una forte riduzione del peso fiscale delle imprese (di venti, trenta miliardi), un piano di investimenti pubblici e privati, un recupero dell’evasione, una riforma del mercato del lavoro e un piano credibile di tagli alla spesa che per quanto alti che siano non potranno da subito eguagliare il costo della riduzione di entrate fiscali e degli investimenti. Dei trecento miliardi promessi dalla Commissione quanti arriveranno in Italia? Forse troppo pochi. Si supererà il tre per cento, come ha fatto la Francia, ma si darà impulso alla ripresa e alla possibilità di rientrare nel vecchio parametro in due anni. Se Parigi val bene una messa, vale anche una scelta. Dell’illuminismo in poi la Francia è stata modello per noi. Lo sia anche in questo caso. Loro hanno sfondato il muro di Berlino, noi non possiamo finirci sotto

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