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Acqua pubblica tra slogan e banche

4 giugno 2015 657 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Leggo sulla Gazzetta di Reggio dati sconfortanti sulle spese per la costituzione di un ente esclusivamente pubblico per la gestione dell’acqua. Secondo questi dati servirebbero cento milioni per acquistare la rete, poi altri 25 milioni per l’avviamento e i primi investimenti per l’assunzione di 315 dipendenti, infine altri 70 milioni per mutui pregressi. Secondo lo studio di fattibilità la nuova società di gestione, simile alla vecchia Agac, potrà agire solamente sulle bollette. Si prevedono aumenti del 4 per cento il primo anno e del 2 per cento per i primi anni successivi. Pura follia solo pensare a questa operazione, se i dati sono esatti. Tanto che si riporta la preoccupazione degli attuali amministratori, fondata, di creare un ente formalmente pubblico, ma sostanzialmente in mano alle banche. Dunque tutto privato. Resta una semplice domanda. Perché coloro che si sono schierati apertamente per il si al referendum sull’acqua pubblica, in prima linea tutti gli attuali amministratori del Comune di Reggio, non ci hanno pensato prima? Comodo inseguire l’umore popolare e affrontare, scimitarra alla mano, la guerra ideologica del pubblico contro il privato profittatore. Personalmente avevo intuito dove ci avrebbe portato questa assurda lotta. Tanto che mi ero perfino dissociato dal mio partito su questo argomento. Continuo a pensare che mai come oggi più che la guerra ideologica del pubblico contro il privato serva la valutazione oggettiva della qualità del prodotto che si vende, in questo caso l’acqua, e del costo per il cittadino. Se noi arriviamo a fornire l’acqua come adesso e a far pagare di più le bollette commetteremmo un vero e proprio reato contro gli interessi della comunità. Dunque faremmo un’operazione anti popolare. Magari da appendere alle pareti come un emblema, ma non certo da salutare come un’operazione che favorisca l’interesse del cittadino. Questo vale in generale, oggi, nel rapporto tra servizi e comunità amministrata. Il modo di concepire la bontà del rapporto tra un servizio e i cittadini non può più essere la sola modalità della gestione, ma la qualità del servizio e il suo costo. Sul primo e sul secondo serve non tanto l’assolutismo, quanto il controllo, del pubblico, affinché non emergano speculazioni a discapito della collettività amministrata. Questo dovrebbe essere il nuovo ruolo affidato a un ente pubblico. Non tanto la gestione in solitario del servizio, quanto la capacità di orientarne le scelte, di verificarne l’efficienza, di fornire aiuto a chi non si può permettere nessuna spesa. Che i privati investano nel settore dell’acqua, per curare i mali cronici di una rete che produce dispersioni ancora assai elevate e costose, è un’opportunità da non sprecare. Se Iren è un ente oggi prevalentemente, ma non esclusivamente, pubblico, dovremmo chiederci, semmai, i motivi di un’abdicazione delle funzioni di controllo da parte dei comuni nei confronti di una casta burocratica oggi assolutamente dominante. Questo, semmai, dovrebbe essere argomento di riflessione. Non delegare tutto il potere a una burocrazia spesso arrogante e che si ritiene autosufficiente, intervenire nelle sue scelte, favorire con l’azione la supremazia dell’interesse pubblico. Allo slogan dell’acqua pubblica sostituirei proprio il ragionamento sull’interesse pubblico nella gestione dell’acqua.

Mauro Del Bue

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