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Il pianto greco

6 luglio 2015 744 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non vanno né sottovalutati, né tanto meno demonizzati i segnali che giungono dalla Grecia. E farebbero male i tedeschi sopratutto, e i diciotto paesi poi, a chiudere le porte in faccia al popolo ellenico. Inutile ricordare la storia, la filosofia, l’architettura e la scultura di ateniese origine. Inutile far perno sul fatto che la prima idea di Europa nacque nell’Ellade. Tutta roba che alle regole dell’economia moderna influiscono come un piffero in un’orchestra di musica classica. Occorre invece fare i conti coi fatti.

Il pianto greco va raccolto e incanalato nei giusti binari. Esiste o no in Europa, soprattutto nell’Europa mediterranea, un’esigenza di crescita che fuoriesca dai dettati del tratto di Maastricht coi suoi vincoli tutto sommato anche inefficaci? Esiste l’esigenza di spingere di più sulla crescita e di meno su un rigore assoluto che finisce, oltre che accrescere i disagi sociali, anche per appesantire il deficit e il debito in rapporto al Pil? Se esiste questo problema per Hollande che ha portato la Francia fuori dal vincolo del tre per cento, perché non rivedere questi parametri per tutti?

Se questo può essere obiettivo anche del nostro Paese non si possono non vedere i difetti, le contraddizioni, i pericoli della situazione greca. Inutile versare lacrime sempre sul passato, anche se nel passato più recente la Grecia aveva ripreso a crescere di più che sotto il governo di Tspiras. Bisogna leggere bene la condizione in cui la Grecia si trova. È indebitata tra Fondo salva stati, Bce e Fmi, per ben 322 miliardi. Ne chiede ancora. Non solo. Ma accusa i creditori, vedasi l’infelice frase di Varufakis, di terrorismo. Ci sono paesi come la Lettonia, entrati di recente nell’Unione europea, che hanno dovuto prestare soldi ad Atene. Potrebbero sopportare di doverne sborsare altri e di essere trattati alla tregua di criminali?

Non solo. Il nuovo programma di aiuti era condizionato ad alcune clausole. Una di queste costituita dalla politica di privatizzazioni e di liberalizzazioni, che potrebbero portare a nuovo sviluppo. Perché Tsipras ha detto no? Accetta di alzare l’IVA al 23 per cento e di portare la tassazione per le imprese al 28 (preferirebbe alzare la tassazione solo per le aziende superiori ai 500mila euro l’anno di profitto, come forse è più giusto), ma non vuole liberalizzare i porti e gli immobili dello stato? Ma questa è una politica di una sinistra moderna o di una vetero sinistra statalista?

Sono rimasto stordito dal coro di consenso acritico a Tsipras, non solo per l’atavica abitudine italiana di schierarsi dalla parte del vincitore. Ma anche per la tentazione di sfidare ogni impulso europeista. E che questo unifichi sinistra e destra estreme non mi pare casuale. Inneggiano al pianto greco da noi Vendola, Fassina e agli altri confluiti ad Atene coi loro troller, come se fosse l’adunata per una nuova guerra di Spagna (suggerisce opportunamente il paragone il Corriere di oggi). Lo esaltano da noi Borghezio e Salvini, ma anche il pidino D’Attorre, la Meloni e Brunetta, con Civati e Ferrero. Una nuova maggioranza tsiprasiana si staglia nel bel paese. Adorano lo strappo esaltato dai neonazisti di Alba dorata. Meraviglioso.

Noi siamo più cauti e ci auguriamo che una soluzione di trovi. Siamo coi socialisti europei e non coi populisti. Siamo contro gli anti europeisti, contrastando nel contempo la linea del rigore e dell’austerità che non provocano crescita. Ma saremmo in difficoltà a perseguire questa ultima linea trovandoci alleati chi ha in testa tutt’altra idea, e cioè quella di tornare ai vecchi nazionalismi. Attenzione, perché a forza di spingere con chi ci sta, da Alba dorata a Salvini, per contrastare la linea dell’austerità ci si può trovare fuori dall’Europa o senza Europa. Vale ancora il vecchio proverbio, “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”?

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