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Tre presidenti in cerca d’autore

15 luglio 2015 769 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Berlusconi non trema perché la sua condanna andrà in prescrizione. Resta il fatto che, se il verdetto di primo grado è fondato, si tratta di un fatto grave. Dar soldi a un senatore, questo De Gregorio, un pappone napoletano amico del truffaldino Lavitola, eletto da Di Pietro (come Scilipoti e Razzi), per cambiare bandiera, è una forma di corruzione politica tra le più gravi. Occorre però sempre precisare e storicizzare gli eventi. Giustamente Pansa su Libero sostiene che il governo Prodi non venne certo fatto fuori per via di quei soldi e di quell’individuo così poco raccomandabile. Prodi cadde perché l’Udeur gli ritirò la fiducia dopo l’arresto della moglie di Mastella. Ma la maggioranza dell’Unione non aveva ormai più i numeri per governare al Senato. Partì con un 158 a 156 e due rifondaroli gli avevano ormai tolto il sostegno.

Il governo dell’Unione non può essere rimpianto: nove partiti in continuo litigio, a partire dalla composizione del governo (25 ministri), retta da una programma di trecento pagine, dove si sorvolava sulle missioni di pace, sulla Tav, sui diritti civili, sui Pacs e via sorvolando, che vedeva ministri sfilare in manifestazioni contro il governo, gruppi parlamentari astenersi dal sostenerlo su importanti atti di politica estera, due ministri che votavano uno a favore dell’indulto e uno contro seduti entrambi sui banchi del governo, non poteva durare. E Prodi ha torto quando, commentando la condanna di De Gregorio, sostiene che il suo governo sarebbe arrivato al 2011 senza la cosiddetta compravendita. No, sarebbe ugualmente naufragato.

E qui mi vengono in mente, oltre a Prodi, altri due presidenti che in questi nostri turbolenti tempi di rivelazioni postume, sostengono la stessa cosa. Uno è lo stesso Berlusconi a proposito delle vicende che lo portarono, su iniziativa del presidente della Repubbkica, in seguito al pericoloso innalzamento dello spread, a cedere il testimone a Monti. L’altro è Letta, costretto, dalle trame di Renzi, diffuse recentemente con tanto di telefonate intercettate da Il Fatto quotidiano, a dimettersi per il subentro di quest’ultimo. Tre presidenti disarcionati da complotti più o meno di palazzo e un quarto, Monti, incaricato di fare cose impopolari e poi rimesso subito nel dimenticatoio.

Nessuno di loro è stato comprato, però. Eppure le loro sostituzioni hanno generato sconquassi non di poco conto nelle maggioranze e nei governi, anche nei partiti. Se proprio volessimo invece ricordare i cambi di casacca, e anche di maggioranza parlamentare, foraggiati da sostegni non solo politici, dovremmo ricordarne almeno due. La scissione del Psiup del gennaio del 1964 che indebolì il peso dei socialisti al momento di varare il primo governo di centro-sinistra e la scissione del Msi con la formazione di Democrazia nazionale del 1977, quando il partito di Almirante aveva raggiunto il suo massimo storico. La scissione del Psiup fu foraggiata da soldi sovietici, com’è stato ampiamente dimostrato, quella di Democrazia nazionale da risorse democristiane e forse americane. Nessuno allora venne inquisito per compravenduta di parlamentari. Altri tempi…

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