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La sinistra che fa perdere la sinistra

27 agosto 2015 684 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

La frase di Nenni va riformulata. Non c’è solo “un puro più puro che ti epura”, ma c’è sempre uno “più a sinistra che fa perdere la sinistra”. Non parlo tanto del Bertinotti del 1998 che tolse la fiducia a Prodi decretando tre anni dopo la vittoria di Berlusconi. Parlo delle sinistre europee richiamate nel bell’articolo di fondo di Paolo Mieli sul Corriere. In Germania la scissione della Spd ai tempi di Schroeder, che fu protagonista delle modifiche alla base delle quali è stato costruito il modello tedesco, ha generato poi la vittoria della Merkel e della Cdu. Lafontaine e la sua Linke hanno ottenuto ottimi risultati, determinanti però per la vittoria della cancelliera.

In Inghilterra si affaccia il fenomeno Corbyn, campione di slealtà nei confronti del Partito laburista (ha dichiarato lui stesso di aver votato ai Comuni per cinquecento volte contro le decisioni del suo partito, un record al quale neppure si avvicinano i vari Civati e Gotor), ma visto come fumo negli occhi da Tony Blair, dopo la sconfitta di Milliband. Secondo il leader storico del laburismo una candidatura Corbyn condannerebbe la sinistra inglese all’eterna opposizione. Anche lì col sistema maggioritario il problema di fondo è proporre una politica e una candidatura che possano convincere elettori tradizionalmente non di sinistra.

In Grecia sta avvenendo la stessa cosa. Tsipras è costretto a ricorrere alle elezioni anticipate perché il suo partito, Syriza, si è diviso e al suo governo manca oggi una maggioranza parlamentare. Gli scissionisti, capeggiati dall’ex ministro Panagiotis Lafazanis, puntano ad ottenere un risultato a due cifre. Ma non possono certo puntare alla vittoria. Il risultato degli scissionisti finirà non solo per danneggiare Syriza, ma per favorire la destra di Nea democratia. È inevitabile, come era inevitabile che la lista Pastorino in Liguria non solo togliesse voti al Pd, ma favorisse la lista del centro-destra. Anche in politica due meno uno fa uno.

Anche in Italia il discorso non cambia. È vero. Una volta la sinistra riformista doveva solo conquistare i voti moderati. Adesso il voto non di sinistra si disarticola in più rivoli, in quello dell’antipolitica, in quello antiemigrazione, in quello antieuro. E anche in queste direzioni deve guardare la sinistra riformista. Ma se alla sua base si costruisce una divisione elettorale, anche le altre rincorse diventano più ardite. Il polo più a sinistra che si sta formando ha come evidente conseguenza quello di far perdere Renzi e far vincere Salvini o chi per lui, oppure Grillo. È la storia del voto utile che ha pesato sul voto a Bertinotti nel 2008.

Si dovrebbe aver capito quello che gli elettori hanno insegnato. E cioè che, a maggior ragione con un sistema elettorale maggioritario, il voto non solo premia la lista, ma ne punisce un’altra e paradossalmente finisce per premiare anche il suo opposto. Un voto al polo landinian-vendolian-fassiniano non solo premia il polo dell’estrema sinistra, ma punisce quello del Pd e dei suoi alleati e finisce per premiare anche il polo opposto, almeno quello che gareggia per la vittoria al primo turno. Solo il modello francese, con l’uninominale di collegio a due turni, finisce per considerare potenzialmente utile anche la lista delle estreme. Perché nei vari collegi si finisce spesso per convergere al secondo turno. Ma in Italia con l’Italicum, che premia la lista (o la coalizione, se la legge verrà modificata) capace di raggiungere il 40 per cento al primo turno, ogni voto alla lista o coalizione di estrema sinistra è un voto alla lista contrapposta a quella riformista. Ho l’impressione che questo sia chiaro a tutti, tranne a coloro che, partendo anche dal nostro piccolo partito, pensano di costruire qualcosa con chi il potere ce l’ha, ma solo per distruggere.

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