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Il terrorismo, Oriana e Riccardo

22 marzo 2016 473 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Scrivere di Oriana Fallaci e del bel libro di Riccardo Nencini sulla grande giornalista fiorentina, che viene presentato a Roma, è quest’oggi perfino logico. Dopo i nuovi sanguinosi attentati di Bruxelles, dopo che la violenza terroristica islamista ha colpito di nuovo a morte il cuore dell’Europa seminando altri trenta e più morti e oltre duecento feriti, risulta più facile riaccostarsi alle ammonizioni di Oriana, che nessuno di noi apprezzò particolarmente allora, ma che oggi diventano quasi una profezia. Riccardo Nencini ha descritto i suoi rapporti con Oriana Fallaci, collocando la sua frequentazione sullo sfondo di Firenze, che brucia, che esalta e delude. La storia magnifica della città tra Dante e Michelangelo, quando divenne la capitale del mondo, i suoi monumenti insopportabilmente violentati da quella Loggia simile a una pensilina, collocata all’uscita degli Uffizi su piazza del Grano e progettata da un architetto nipponico o da quella tenda somala in piazza, sono solo tormenti che turbano i sonni di una donna malata da tempo e condannata a morte, ma forse anche per questo senza peli sulla lingua, animata da forza e da coraggio della verità senza falsi pudori.

Riccardo Nencini di questo tratta nel suo libro “Il fuoco dentro. Oriana e Firenze” (Edizioni Polistampa), partendo da un minimo comun denominatore tra autore e soggetto del libro. Che è il legame profondo con la capitale del Rinascimento, la sua storia (ricordo di Nencini, sempre dedicato a Firenze, il libro sull’Imperfetto assoluto, una splendida ricostruzione, densa di particolari descritti con una meticolosità quasi maniacale, della Firenze tardo medioevale, e l’altro libro, sempre su Oriana Fallaci, una sorta di suo testamento “Morirò in piedi” edito nel 2007). Il volume di Riccardo prende le mosse dall’Oriana ragazzina dei bombardamenti sulla città, dei ponti caduti tranne ponte Vecchio, risparmiato perché forse anche le bombe hanno avvertito quel suo fascino così suggestivo, il papà che rischia di finire in campo di concentramento perché antifascista, gli angloamericani che arrivano in città, ma la guerra che continua sui monti, la linea gotica lì vicina. Ma Oriana è anche la cronista temeraria di guerra, in Vietnam, in Libano, in Grecia durante il regime dei colonnelli, quando vive la sua relazione appassionata con Panagulis, e poi la morte per attentato di lui. Rischia più volte la vita.

La Fallaci, ce lo rivela Nencini, è socialista, è nenniana, è eretica, non ha miti e chiese da difendere. Racconta quel che vede e lo commenta a modo suo perché l’obiettività non esiste. Come scrive ne “Gli antipatici” “l’obiettività è ipocrisia, presunzione, poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero”. Il suo mondo non è composto da idee a priori, per usare un paradigma kantiano, ma da idee che si generano dall’osservazione della realtà. Il mondo di Oriana è quello frequentato e assorbito, poi meditato e elaborato dal suo intuito. E’ un mondo globale, perché Oriana è cronista globale, è cittadina del mondo. Vive in Italia, poi in America, viaggia costantemente, e affronta da vicino in Libano, in altri paesi arabi e mediorientali la cultura e i dettami della religione islamica. Ne discerne i suoi eccessi, le sue interpretazioni estreme.

Anche Nencini non accetta in toto la sua posizione, così intransigente, che non distingue tra terroristi e islamici, che considera tutti più meno allo stesso modo, rendendo per questo assai più ardua l’impresa di vincere. Lei, lo osserva, gli dice di meditare bene sulla Sura IX del Corano, quella che invita a uccidere i miscredenti. Riccardo ascolta, annuisce, riflette. Dopo la strage delle Twin Towers, sembra un fiume in piena. Nel suo “La rabbia e la ragione” Oriana mette in guardia l’Occidente da una sfida che sarà persa, e con essa la nostra libertà, se la nostra civiltà non saprà o non vorrà opporsi. Una battaglia contro chi intende sottometterci per soverchiare la nostra croce con la mezza luna, per imporre la subalternità della donna all’uomo, per imporre addirittura l’infibulazione, per decretare la nuova teocrazia. Un passo all’indietro di millenni. Nencini condivide un assunto di Oriana. E cioè quello relativo all’impotenza dell’Occidente, sazio e senza orgoglio.

Condivide quel senso di debole sottomissione a un’altra e pericolosa civiltà, un alzabandiera in omaggio alla paura, alla menzogna, ad una sorta di antioccidentalismo che ha sempre animato parte della sinistra italiana. Lei, Oriana, diventa la nemica numero uno dei palazzi radical chic, dei girotondini alla Pancho Pardi, viene irrisa da Dacia Maraini e da Tiziano Terzani, mentre Dario Fo e Franca Rame la definiscono “una terrorista”. Anche “La forza della ragione”, il nuovo libro, a cui si aggiungerà il terzo “Oriana Fallaci intervista se stessa”, darà scandalo. Ancora a sinistra, dove il cupo settarismo vetero comunista di parte della sinistra moderna era lì, più vivo che mai, e generava nuove ortodossie e streghe da mandare al rogo. La Fallaci viene addirittura dipinta decapitata e lei mormora amara: “Mi vogliono morta”. E qui si innesta la volontà di Riccardo Nencini, presidente del Consiglio regionale toscano, di strappare. Di rompere il filo di questa ragnatela di silenzi e di vecchie litanie. Di dare un’esca alla Fallaci, di offrirle addirittura un premio. Si tratta di una medaglia del Consiglio regionale e il solo proposito genera scompiglio. Lei prima è scettica, poi interessata. Vuole vedere come andrà finire come se l’incerto iter fosse una trama da film giallo.

Riccardo tiene duro. Ha contro mezza Firenze, poi mezza Italia. Perfino Giulio Andreotti si dissocia. I Diesse gli votano contro, a favore il centro destra, i radicali e i socialisti. Tiene duro. Riccardo sa benissimo che Oriana era arrivata al giro finale. Lei scrive sul libro che verrà pubblicato dopo la sua morte, “Un cappello pieno di ciliege:” “Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro la clessidra”, e dunque bisogna stringere. Accade nel 2006. Eppure “le motivazioni della onorificenza riguardavano le fatiche di una vita intera”, e non tanto le ultime prese di posizione sull’islamismo. Niente da fare. L’Unità pubblica l’appello di 110 personalità toscane risentite (“sgomento e rabbia” scrivono) “perché non si può premiare chi fa dello scontro di civiltà la propria bandiera”. Tra loro Paolo Hendel, Sergio Staino, il solito Pancho Pardi, Enzo Siciliano e perfino il giovane Dario Nardella. E dietro di loro “un esercito di amministratori, parlamentari, rappresentanti di associazioni culturali, intellettuali”. Tutto l’arci-pelago che era stato comunista. Solo Renzi, allora presidente della Provincia, non disapprova, anzi. In lui una premonizione di futuro.

Si mise di traverso anche l’Anpi, senza considerare che islamismo e antifascismo non erano la stessa cosa. E lei alla fine alla cerimonia non disdegnò parole di sale: “Ringrazio il socialista Nencini, fiero e singolare esponente del Centro sinistra, grazie anche ai consiglieri Pollina e Parrini che… mi hanno sostenuto, grazie anche al civilissimo console Bandini che vi ha ospitati. Peggio, che ha ospitato me. Dio ve la mandi buona, amici miei. Prima o poi lo pagherete caro questo gesto di indipendenza, di audacia e di onestà. Vi resterà solo la soddisfazione di aver conquistato il mio rispetto e il mio affetto”. Quello che legherà Riccardo ad Oriana fino alla morte che lei volle vivere a Firenze, che amava di un amore non corrisposto, paragonandosi in questo a Farinata degli Uberti “che avea il mondo in gran dispitto”, ma che quando i suoi volevano distruggere Firenze la salvò “a viso aperto”. Oriana muore a Firenze il 15 settembre del 2006, ma il suo messaggio le sopravvive. Al di là delle sue ragioni e dei suoi torti Oriana Fallaci vive ancora nella continua memoria del suo futuro.

Mauro Del Bue
Mauro Del Bue
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