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La maledizione socialista

2 gennaio 2017 120 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non a caso si é parlato di diaspora, paragonandola a quella del popolo ebraico. E come gli eredi di Abramo anche quelli di Craxi paiono sottoposti a una sorta di crudele destino. L’ultimo atto è riferito al pezzo di Repubblica che ironizza su di noi, malfattori e truffatori, con sventagliate acide di nostri ex compagni, commentato da lettori, nostri irriducibili avversari, con frustate a tutto il Psi craxiano. Non è la prima volta, anche se credo sia la prima volta in assoluto che un gruppo di iscritti si rivolge alla magistratura, che riusciamo a farci del male da soli. Cominciammo quando il gruppo dirigente non comprese i comprensibilissimi effetti del crollo del comunismo sul sistema politico italiano.

Continuammo non sapendo distinguere arricchimenti personali e finanziamento alla politica, poi tentando di salvare ognuno se stesso anzichè una comunità. Dopo, fondando movimenti e partiti che nascevano come i funghi, nessuno in grado di capire che non bisognava rifondare il Psi, che era finito assieme al Pci e alla Dc, ma il suo erede politico nel nuovo sistema dei partiti. Tentò Boselli, senza saper suscitare emozioni e consensi che non fossero di ordine puramente amministrativo e delegando sempre la presenza in Parlamento a combinazioni prive di senso politico, con l’unica eccezione della Rosa nel pugno, messa poi stupidamente in soffitta in funzione di una Costituente socialista senza apparentamento e prospettiva. Da quest’ultima sconfitta uscimmo con le ossa rotta e col minimo consenso elettorale.

Tentò anche De Michelis, approfittando della forte emozione suscitata dalla morte di Craxi, con Martelli e Bobo, c’ero anch’io, immaginando un percorso di forte autonomia e di orgoglio socialista, in una prima fase, per ottenere il consenso dei tanti che avevano votato Berlusconi, in alleanza con Forza Italia, per poi virare verso la più naturale collocazione a sinistra. Il progetto fallì. Non solo, ma il confronto interno si trasformò in rissa, con giornali anche allora pronti ad esaltare le nostre stravaganti tensioni, con scissioni e conflitti anche personali, in un gioco di autodistruzione forse anche allora frutto di una silenziosa profezia.

Sembrava che la Costituente del 2007 fosse il porto sicuro e salvifico, anche perché in essa confluivano segmenti dei Diesse che non approvavano la nascita di un Pd fuori dal socialismo europeo. Sembrava tutto logico e politicamente ineccepibile. La sconfessione veltroniana e lo scarso appeal della nostra leadership hanno dato il colpo di grazia al nostro progetto. Dal coordinamento della Costituente, trasformata in Ps, siamo rimasti solo Intini, Schietroma, Bobo ed io. L’elenco dei fuggitivi è troppo lungo per ricordarlo, ma va dal comandante in capo, rifugiatosi in una nuova sigla subito sciolta, al principale interlocutore degli ex diesse, fino al nostro Formica, che avrebbe dovuto fungere da grande saggio e che fu il primo a sfilarsi.

Ci siamo ritrovati per cinque anni senza seggi, senza soldi, senza altro che non fosse la nostra volontà di resistere. Con Riccardo, e anche con coloro che poi son diventati dissidenti, abbiamo tirato la carretta sudando, sgomitando, inventando comitati, sit in, manifestazioni, discutibili alleanze, come quella con Sel, poi l’Avanti e Mondoperaio. E alle politiche del 2013, sulla scelta dei candidati da mettere in lista col Pd e dopo aver scartato, col consenso di quasi tutti, non del mio, la presentazione di una lista socialista, è cominciato il subbuglio. Una parte di coloro che non hanno ottenuto la candidatura si sono organizzati come minoranza. Io non li ho seguiti, pur non essendo stato candidato, perché mi pareva una posizione banale e ho anzi assicurato un più forte impegno per potenziare il nostro Avanti. Contemporaneamente due deputati appena eletti e designati da noi tra i privilegiati, hanno gettato gli ormeggi per confluire altrove e un gruppo di dirigenti hanno pensato fosse l’ora di fondare un nuovo partito o movimento col nome di un evento storico nazionale. Tutto questo, fino alla sciagurata richiesta di intervento dei tribunali per bloccare il congresso di Salerno.

E ora? Ora che ci siamo fatti male da soli, ora che rischiamo di sciupare i nostri sforzi tra gli sberleffi di Repubblica e i lazzi di facebook, ora che chi ha vinto gioisce anche se ha colpito al cuore la nostra comunità? Ora che chi ha perso potrebbe arrendersi e gettare a mare tutto quello che tanti militanti hanno tenuto appassionatamente ed accuratamente ancora vivo? Intendiamoci. Non è che non esistano errori, insufficienze, debolezze politiche anche in chi è stato colpito. Non è che gli innocenti non abbiano commesso qualche peccato. Veniale, a mio giudizio, e con un responsabile dell’organizzazione fino a Salerno che poi si è trasformato nel più accanito contestatore di se stesso. Senza comprendere che un uomo politico non è un commissario di pubblica sicurezza.

Ora bisogna ripartire. Ad un congresso annullato si deve rispondere con un congresso convocato. Il tesseramento si è chiuso regolarmente il 31 dicembre. Chiunque potrà verificare che ad ogni tessera corrisponde un regolare versamento. Verrà convocato il Consiglio nazionale eletto a Venezia (ci si consentirà di esentare chi ha abbandonato nel frattempo il partito, visto che si può tornare a tre anni fa dal punto di vista organizzativo, ma non è possibile ignorare tre anni di politica). E il Consiglio nazionale convocherà il congresso, con possibilità per chiunque, norme alla mano, di presentare mozioni. Mi auguro che tutti, anche i dissenzienti, partecipino. Che non si siedano sulla sponda del fiume annunciando altri ricorsi. Altre follie. E’ evidente che adesso chi vuol restare in questa nostra comunità ha l’obbligo di partecipare. Altrimenti auguri a chi tenterà altre strade. La maledizione, come nel Rigoletto, può sempre provocare altri danni.

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